La Scuola racconta Celano – Un percorso storico illustrato e scritto dagli alunni della scuola primaria

Mi è capitato di rileggere ” la scuola racconta… Celano, un percorso storico scritto e illustrato dagli alunni della Scuola Primaria”; l’ho trovato attuale e da raccomandare per una ristampa, da distribuire nelle scuole. Dal libro ho estrapolato l’apprezzamento del Dr. Nino Santilli e del Prof. Franco Trequadrini, non perché gli altri interventi siano meno importanti, ma per brevità. Ho trascritto anche qualche “racconto”, per invitare alla lettura del volume, che con ogni probabilità sarà conservato nella biblioteca di Celano.

di Carmine Granato

Parola di Direttore Generale

Un forte apprezzamento agli alunni e ai docenti del Circolo Didattico di Celano per la brillante iniziativa culturale finalizzata alla ricerca dei fatti e dei documenti capaci di raccontare la “storia” di Celano nel tempo.

Il coinvolgimento delle famiglie, dei nonni, degli anziani, ha consentito agli alunni di conoscere la “memoria” del loro territorio intesa anche come elaborazione della cultura, delle tradizioni e degli eventi del passato, fino a ricollegarli con il presente e con la società contemporanea.

Questo lavoro contribuirà in modo concreto a rendere gli alunni più consapevoli della loro identità umana e civile e li renderà partecipi di una continuità generazionale che è una preziosa identità della quale il Comune di Celano può andare fiero.

Nino Santilli
Direttore Generale della Direzione Regionale per l’Abruzzo Ministero per l’Istruzione dell’Università e della Ricerca

 

La storia come racconto

di Franco Trequadrìni
Preside della Facoltà di Scienze della Formazione Università degli Studi de l’Aquila

Ribadire l’efficacia pedagogica e l’importanza formativa di progetti mirati all’assunzione consapevole della conoscenza del proprio milieu e all’interiorizzazione di esso, come quello che viene presentato in questo volume, è cosa ormai superflua sulla quale si rischia soltanto di pronunciare, ormai, frasi fatte e scontate.

Io voglio invece in questa sede sottolineare, innanzitutto, la solennità pedagogica di questa iniziativa, e la sua sensibilità a una problematica della modernità: la storia come racconto.
Da più parti si leva una sorta di grido di SOS formativo a causa della scomparsa del racconto dalla nostra cultura e già da qualche anno, sulla scia di Bruner, molti – compreso, immodestamente, il sottoscritto – si sottolinea l’importanza del metodo narrativo dell’insegnamento e su questo argomento, ricordo, tenni qualche anno fa, un seminario proprio a Celano.

Raccontare significa innanzitutto scegliere cosa raccontare e perché e, di conseguenza, stabilire che una cosa vale la pena di raccontarla: raccontare, infatti, non è un’attività di diporto fine a sé stessa ma un’attività alla quale ci si dà per una ragione ben precisa, ed è una ragione che abita in interiore nomine e ad essa si ricorre per sciogliere dei nodi o per sgomberare il cammino da eventuali impedimenti.

Le grandi civiltà del passato si sono tramandate alla posterità grazie alle grandi narrazioni come i poemi dell’epos classico, alla Bibbia (cos’è, infatti, se non un grande racconto?), la Divina Commedia, che in una grande narrazione ci ha tramandato tutto l’organon della civiltà medievale, e via via fino a Muratori, Vico, Foscolo (l’esortazione alle istorie), mentre nella nostra attuale civiltà, finalizzata alla tesaurizzazione immediata di ogni processo, si è perso fiducia nel racconto e si è scommesso tutto sulla formalizzazione della conoscenza e del metodo, e si vuole pertanto procedere per scientiam e non per experientiam.
Abbiamo visto che nella formazione delle giovani generazioni questo procedimento ha dato frutti tutt’altro che soddisfacenti e rassicuranti (perdita di identità, incapacità di compiere scelte, perdita della critica) e, soprattutto, si è decretata una fine della storia che, se portata alle conseguenze estreme, produrrebbe un cataclisma culturale.

L’iniziativa del Circolo Didattico di Celano rappresenta dunque un tentativo coraggioso di avviare le nuove generazioni all’interiorizzazione dei processi storici che ci hanno consegnato un ambiente il quale, per via di essi, non può essere stravolto a nostro piacimento ma ci lega a un impegno di coerenza per il nostro e per l’altrui benessere, e a edificare un territorio che realizza nel rispetto della sua costituzione la propria bellezza e in essa noi ci sentiamo cittadini e in  essa noi possiamo iscrivere un progetto, un sogno.

 

Dai “racconti” degli alunni

 

L’IMPORTANTE RUOLO NEL TERRITORIO DEL LAGO DI FUCINO

La conca  del Fucino era occupata da un ampio bacino lacustre esteso circa 200 km, circondato a nord dai monti del gruppo Velino-Sirente e a sud dal gruppo dei monti della Marsica.

Lungo le sue rive, all’inizio nel lato sud e successivamente nel lato nord, ci sono stati i primi insediamenti umani. Nelle acque del lago si poteva pescare, nelle montagne circostanti si potevano cacciare e raccogliere frutti selvatici, nelle terre della conca si poteva trovare erbe e frutti commestibili, nati dapprima spontaneamente e successivamente coltivati.
Liberatore Sara, Butticci Francesco, D’Ovidio Donato

 

La Preistoria
I PRIMI INSEDIAMENTI UMANI NELLE RIVE DEL LAGO
Periodo Paleolìtico

ATTRAVERSO gli studi dei ricercatori vediamo cosa successe nel Primo periodo, cioè nel Paleolitico, nelle zone occupate dal Fucino:
– gli uomini vivevano in gruppo;
– si nutrivano di animali uccisi e di frutti selvatici;
– si riparavano dal freddo con le pellicce degli animali uccisi o dentro grotte naturali;
– scheggiavano la selce per renderla affilata e ottenere vari strumenti per lavorare la pelle, tagliare e anche fare delle armi.
Di questo periodo non ci sono notizie che riguardano insediamenti umani nel nostro territorio. (Per nostro territorio intendiamo la località Paludi di Celano dove si pensa abbiamo abitato i nostri progenitori).

L’area privilegiata è invece quella compresa tra Trasacco e Ortucchio.
Noi però vogliamo immaginare che anche nella zona nord del Lago (località Paludi) dove successivamente ci sarà stato un insediamento umano, già dal Paleolitico c’era un gruppo di persone di cui ancora non si sono trovate tracce di esistenza.
Manuel Di Stefano, Alessandro Di Pucchio, Lorenzo Di Bernardo Villa

 

LA PESCA E L’ALLEVAMENTO COME RISPOSTA ALLA CRISI ECONOMICA
Perìodo Neolitico
IA CRISI economica avvenuta nel territorio di Fucino di cui abbiamo esposto i motivi nel paragrafo precedente fu superata per ragioni di sopravvivenza, con l’investimento nell’allevamento transumante.
In tutto l’Abruzzo e in particolare nella zona del Fucino, si sviluppò l’allevamento. In poco tempo ed entro brevi distanze, gli animali potevano passare dai pascoli estivi sui monti circostanti il lago, a quelli invernali delle conche o a quelle delle pianure costiere.
Kugi Merjta, Meligi Albana

IL TERZO PERIODO: ENEOLITICO
Età del rame
T ‘ENEOLITICO abbraccia tutto il IIF Millennio a.C. In questo pe-J—«riodo la pietra contenente il metallo (rame) veniva frantumata e gettata nei carboni ardenti. Gli uomini forgiavano gli strumenti metallici servendosi dei forni e per raggiungere alte temperature soffiavano continuamente sulla fiamma. In questo periodo ci fu anche la ripresa dell’agricoltura, grazie all’introduzione dell’aratro a trazione animale che permise di coltivare i terreni più pesanti. In questo periodo, nelle zone circostanti il lago sembra essersi sviluppata anche la pesca specialmente quella alle trote come testimoniano i ritrovamenti archeologici di pesi o galleggianti fittili da rete rivenuti intorno ad alcune sepolture in grotta (Trasacco). Del Periodo Eneolitico si hanno testimonianze archeologiche riguardanti la zona Paludi di Celano.
Infatti, durante gli scavi condotti in questa zona nel 1998, sono stati ritrovati dei frammenti di ceramica a squame che testimoniano una frequentazione nella località Paludi di Celano.
Marta Malsegna, Aiser Lika

 

La Preistoria

COME VIVEVANO I RAGAZZI DI QUEL PERIODO? E LA SCUOLA C’ERA?
I RAGAZZI vivevano accanto ai grandi. Le femmine aiutavano le mamme nei servizi di casa, attingevano acque dalle sorgenti o dai corsi d’acqua, accendevano il fuoco, imparavano le poche parole del loro scarso vocabolario.
I maschi quando andavano con gli uomini invece imparavano a scagliare le lance contro gli animali feroci, a distinguere le erbe buone da quelle velenose: un solo sbaglio poteva portarli alla morte!

Nella loro vita non erano ammessi sbagli: la loro scuola era molto, ma molto più difficile della nostra, era la scuola della sopravvivenza, la scuola della conoscenza per poter continuare la specie umana e per poter aiutare il gruppo a soddisfare i bisogni della comunità.

Vanessa Venturini, Matteo Ranalletta (V B – Plesso Aia)

 

La Preistoria

LA DONNA NELLA STORIA
alunni delle III classi del plesso di Centro Aia

LA DONNA PRIMITIVA
Prima di voi sulla terra sono venuta dalla scimmia e mi sono evoluta. Cammino scalza, mi vesto di pelli con le erbe mi tingo faccia e capelli, Quando il fulmine è arrivato e la notte ha illuminato, tutta la tribù ha spaventato ma luce e calore ci ha donato. Mio marito va a caccia di giorno poi la sera tutti al fuoco intorno mangiamo insieme cervi, cinghiali e del bosco tanti animali. Dapprima non avevo fissa dimora ora della capanna sono signora, allevo pecore, galline, conigli con l’aiuto di tutti i miei figli.

LA DONNA DEL CASTELLO
Salve signori, mi chiamo Eleonora è maestosa la mia dimora: io vivo in un grande castello dove ogni sera un bel menestrello racconta a tutta la corte una favola di morte. Sontuosi banchetti organizziamo e con grande gioia danziamo. Di fronte al camino ricamo ogni giorno
tesso la tela, dipingo mi adorno. I miei vestiti lunghi e preziosi sono davvero molto costosi, di lana o velluto sono realizzati, da tutti sempre molto ammirati. Se mio marito se ne va in guerra io vigilo sulla sua terra, aspetto con ansia il suo ritorno non vedo l’ora che arrivi quel giorno!

 

La Preistoria
“CELANO” NELL’ETÀ DEL BRONZO: LE PALAFITTE
A STORIA vera e propria che riguarda “Celano” ha inizio verso la ifine dell’età del bronzo e precisamente intorno a 5500 anni fà. Da scavi effettuati nella località “Paludi” è stata ritrovata, in modo embrionale quella che poteva essere la metropoli di Celano di allora. In questo periodo, sulle rive del lago Fucino in località Paludi (laghetto di Zizzella), si insediò in un villaggio di palafitte, la popolazione degli “Equi” forte e guerriera che sarà successivamente conquistata da Roma.
Che sia stata una popolazione guerriera è dimostrata dal ritrovamento numerosi dischi corazza proprio in territorio equo. Nel terreno sottoposto agli studi si possono vedere tracce di buchi, segno evidente che tronchi di albero sono stati infissi nel terreno e servivano per raggiungere una piattaforma su cui sorgeva il villaggio fatto da capanne ricoperte di paglia e di rami. Un’incisione rupestre della Val-camonica raffigurante alcune palafitte ci fa capire come erano fatte quelle che sorgevano in località Paludi.
Una riflessione ci porta a pensare che il villaggio è stato costruito sulle rive del lago e a primavera, quando c’era lo straripamento del lago per lo scioglimento delle nevi, i tronchi o le palafitte venivano allagati.
Di Bernardo Sara, Piperni Karem (V B)

 

IL CULTO DEI MORTI: IL CIMITERO
L CULTO dei morti si suol dire che è antico quanto il mondo. ..Vicino alle palafitte c’era il cimitero formato da sei tombe (le tombe in realtà erano sette ma una è stata depredata) dette a tumulo o a circolo. Sono dette a circolo perché sono formate da un circolo esterno di pietre, poi uno interno e al centro una specie di canoa ricavata dal tronco dell’albero dove venivano risistemate le salme, quest’ultima era ricoperta da una tavola di legno; il tutto veniva seppellito da un cumulo di terra fatto a collinetta e per questo le tombe venivano anche dette a tumulo. (Naturalmente sia le palafitte che il cimitero erano state costruite sulla terraferma, e solo in un secondo momento il lago, aumentando la sua altezza, ha ricoperto il tutto).

Dentro le sei bare ritrovate (sei tronchi) c’erano sei scheletri avvolti ciascuno da un sudario legato ai lati da una fibula di bronzo.

Oggi il bronzo esposto all’aria è di colore verde perché subisce delle alterazioni, ma la fibula ritrovata sott’acqua era di colore oro perché l’acqua non aveva permesso il processo di ossidazione che subiscono gli oggetti.

Felli Nina, Vitaglioni Gianmarco, M. Palma Ramuno (V B – Plesso Aia)\
Tomba a tumulo e oggetti di corredo: fibula e vaso
a destra: stele funeraria

 

 

l TERREMOTI NELLA MARSICA
(a cura della classe IV – Plesso Aia)
LA LEGGENDA della Fata del Fucino ci ha fatto conoscere un evento terribile, il terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915, che segnò la storia della nostra terra e della nostra cittadina. Cercando notizie su questo terribile fatto, abbiamo scoperto che nella Marsica si sono ripetuti spesso terremoti che a volte sono stati fortissimi. Sui terremoti antichi che hanno sconvolto le contrade della Marsica si hanno notizie, sebbene imprecise sin dall’847.
In una relazione di Panetti del 1894 è riportata la riconoscenza dei Celanesi nei confronti dei Santi Martiri in ricordo del terremoto avvenuto nel 1703 che si manifestò con due violente scosse. Tale riconoscenza viene riportata successivamente anche dallo storico celanese Corsignani che scrive di terribili terremoti che devastarono più volte la Alarsica. Come risulta nelle “Relazioni sullo stato di Celano”, il 24 gennaio di ogni anno si celebrava la ricorrenza per la protezione esercitata dai Santi Martiri, in memoria del terremoto che nel 1784 provocò anche U crollo parziale del Castello. Senza dubbi però il terremoto più importante, che alcuni celanesi molto anziani ancora oggi ricordano, e del quale si hanno notizie maggiormente documentate, è quello del 13 gennaio 1915 dove trovarono la morte moltissime persone. Poche volte, nel corso della storia, si sono verificate sciagure cosi grandi nel giro di pochi minuti vennero cancellati fiorenti città come Avezzano, popolosi paesi come Celano, San Benedetto e Pe-scina furono gravemente danneggiati, così come tutti i paesi della Marsica. Le case divennero un ammasso di macerie; morti e feriti non si riuscivano più a contare.

Il giorno dopo i paesi del Fucino erano avvolti da una densa nebbia che alzandosi lentamente lasciò vedere immense rovine in quei luoghi dove poche ore prima fiorivano paesi e cittadini prosperose. Fu difficile organizzare gli interventi di soccorso, i feriti più gravi venivano portati in treno alla stazione di Sulmona, dove la popolazione accorreva in una gara di solidarietà per assisterli. Questo terribile terremoto SI verificò all’alba del 13 gennaio ed ebbe come epicentro il lago Fucino. Avezzano ne subì le conseguenze piìi disastrose infatti su 12.000 abitanti di allora, si salvarono appena 2.000 persone. Quando arrivarono i soldati in soccorso, si misero tutti subito all’opera e, senza pensare al gelo e al rischio causato dalle case pericolanti, si andava avanti di maceria in maceria, scavando per liberare la gente sepolta dai mucchi di pietre. Il lavoro dei soccorritori ridette fiducia e speranza ai sopravvissuti. Nel frattempo però altre scosse e forti raffiche di vento si abbattevano sul territorio e sui superstiti già fortemente provati. Senza contare che dai monti vicini coperti di neve, con le tenebre, scendevano nei paesi distrutti branchi di lupi famelici e che venivano allontanati alimentando grandi fuochi che non dovevano mai spegnersi.
Ma non solo i lupi si avventavano sui resti di quei paesi desolati: spesso si sentivano colpi di fucile che i carabinieri dovevano sparare in aria per allontanare i predatori che, come veri lupi, entravano fin dentro il paese per rubare fra le macerie i pochi beni che riuscivano a trovare. Molte squadre di operai costruirono velocemente baracche per i senza tetto, mentre si scavava per trovare i morti e seppellirli. In questo clinm di grande disperazione il Vescovo dei Marsi Pio Marcello Bagnoli scrisse un “Invito ad un atto pietoso”, nel quale chiedeva gesti di carità e solidarietà per assistere ed accogliere coloro che si erano salvati dalla sciagura. Con una lettera del 3 Marzo 1915 ai parroci della zona chiedeva notizie sui bisogni delle varie parrocchie riguardo ad oggetti sacri, affinché si potessero costruire nei paesi distrutti le baracche – chiese nelle quali in cui celebrare messe e funzioni.

E per finire…Etimologia del nome di Celano

Ne abbiamo discusso molto con la nostra esperta di storia Marianna ma volevamo fare un particolare accenno (anche se è tutto fumoso sullo studio del nome) al significato etimologico di Celano riconducibile, secondo alcuni studiosi, all’italico Cela con significato latino di ”cielo” o “celare”.

La tesi di una derivazione del toponimo dal termine, Cela è suffragata dal fatto che l’abitato dì “Cele”, insediamento che secondo alcuni riceircatori avrebbe dato origine a Celano, sia stato identificato nelle Gole di Celano-Aielli, in una località omonima, peraltro in una posizione notevolmente celata, nascosta e preclusa ad eventuali vie di accesso.

A questa va anche aggiunta  l’interpretazione che crede di rivedere nel nome Celano un’eco del termine Celaenae, città della Frigia (scusateci l’interruzione, ma questo a noi alunni ci convince di più che sia derivato da questa regione, perché noi abbiamo il sig Preside che si chiama Abramo Frigioni e poi assomiglia  tanto a un guerriero antico dell’Asia Minore, ma la dottoressa D’Ovidio non è di questo parere) a parte gli scherzi da questa città “Celaenae”, in un’età assolutamente improbabile dal punto di vista storico, sarebbero partiti dei coloni con lo scopo di fondare nella penisola una città omonima.

Assolutamente inesatta è poi l’interpretazione secondo la quale il termine Celano deriverebbe da Cliternia, municipio dì pertinenza equa, ormai definitivamente attestato nel Cicolano.

A questi  elementi va infine aggiunto il rinvenimento di un’epigrafe del II sec. d.C. rintracciata a Marruvium (l’odierna San Benedetto) che riporta la formula  (vici) Caelani, l’iscrizione mostra come il toponimo abbia avuto continuità di utilizzo anche nella piena età imperiale.

Classe IV A – Campitelli