La provincia di Teramo nel 1947

a cura della Redazione

La civiltà romana si riverberò ad intermittenze e per gradi sulle popolazioni di queste impervie contrade, su cui, appena con l’emanazione della Legge Giulia, Roma ottenne il definitivo dominio.

 

 

 

In Abruzzo, il non vasto territorio costituente l’attuale provincia di Teramo, amputata circa vent’anni or sono a favore della nuova provincia di Pescara, ha press’a poco la forma planimetrica di un triangolo equilatero, con la base leggermente falcata sulla costa adriatica per un tratto di circa 45 chilometri di sviluppo, dalla foce del Tronto a quella del torrente Piomba, e con i lati, ad andamento irregolare, che s’in­nalzano convergendo fino alla vetta del Monte Gorzano, distante soltanto 50 chilometri dal mare.

Abruzzo
Panorami abruzzesi

Lo stretto litorale marino, salvo il rifugio di paranze di Giulianova, si svolge uguale e importuoso con brevi tratti di spiagge dolcemente arenose, ed è per­corso per tutta la sua lunghezza dalla grande e rettilinea arteria stradale adriatica e da quella ferroviaria, procedenti accanto; sgroppano subito dal mare, con variati profili, ubertosi sistemi collinari imbrigliati da borri e da vallate che s’addentrano in dolce acclivio fino ad attestarsi sotto i grandi massicci del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Il verde argenteo degli uliveti s’alterna al rigoglio delle vigne prosperose nel clima marittimo e gli alberi da frutto fioriscono fino all’ombra delle alte giogaie, ove il paesaggio si fa sempre più accigliato, per assumere poi aspri e fieri aspetti con pre­cìpiti nude pareti rocciose.

Terra di piccoli coloni e sede di industrie artigiane gloriose di antiche tradizioni, come quella delle ceramiche di Castelli, ove in ogni casa è una piccola fornace, per cui il nome della discendenza dei Grue v’è famoso da secoli; terra di lavoratori te­naci e probi, che da millenni seppero mantenere integra la loro schiatta.

La civiltà romana si riverberò ad intermittenze e per gradi sulle popolazioni di queste impervie contrade, su cui, appena con l’emanazione della Legge Giulia, Roma ottenne il definitivo dominio.

I nomi e le reliquie di Truentum, di Castrum Novum (Giulianova), di Interamnia (Teramo) e di Hatrìa (Atri), che si gloria di aver dato i nata al-

l’ Imperatore Adriano, ne testimoniano gli efficaci apporti, ed è al tempo di quest’imperatore che si deve anzi la costruzione del teatro di Interamnia, i cui resti tuttora imponenti costituiscono il massimo documento della romanità della provincia.

 

Adriano imperatore
Statua marmorea dell’imperatore Adriano.

 

L’alto Medioevo, per le lotte fra Greci e Goti, vede distrutti i già fiorenti centri, abbandonati e decaduti i porti, e le città costiere facile preda di pirati.

La popola­zione stremata s’asserraglia sui monti, mentre cenobi e monasteri trovano loro sede nei fondovalle, in riparo alla vista.

Teramo
Teramo, scorcio dal duomo con dettaglio di testa di leone in pietra.

 

 

È ancora in Teramo, già capitale dei Pretuzii e municipio romano verso la fine del V° sec, centro della regione conosciuta nei due secoli seguenti col nome di Aprutium, che si possono scoprire forme architettoniche dell’epoca bizantina, in quella chiesa di S. Anna dei Pompetti che sorge ov’era l’antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, fondata su edificio pagano.

Della due volte seco­lare dominazione longobarda restano più ampie testimonianze, come la chiesa di Santa Maria a Vico sulla Vibrata, unico monumento dell’Abruzzo anteriore al Mille giunto fino a noi nella sua quasi totale integrità.

Superato l’incubo del trapasso del millennio, la vita riprende, dapprima fatico­samente col sostegno di un monachesimo intraprendente, e poi con quel maggiore slancio che permise la fondazione della Chiesa di Santa Maria di Atri, secondo le regole della scuola benedettina di San Liberatore della Maiella.

Agli albori del XII sec. si ricostruisce San Clemente al Vomano, dipendente dell’o­monimo insigne cenobio di Casàuria, e sorgono quindi San  Giovanni al Mavone, San Martino di Nereto e Santa Maria di Ronzano, mentre a Teramo, per volere del grande Vescovo Guido II, cui si deve la ricostruzione della città sulle rovine operate dalle orde del Conte di Loretello (1156), si fabbrica la nuova cattedrale che, austera nella sua massiccia struttura romanica, acquisterà poi slanci di nuove risorse prospettiche con l’ampliamento trecentesco del vescovo Nicolò degli Arcioni, il cui nome è legato anche alla pittoresca facciata ornata dal portale di Diodato Romano (1332).

Teramo
Teramo, il Duomo:l fonte battesimale.

 

Arduo è il solo far cenno dei monumenti che in ogni luogo testimoniano della pietà e della fede di questo popolo antico, oltremodo modesto nelle esigenze della vita civile, ma costantemente sollecito per quelle dello spirito; non tanto per il loro nu­mero quanto per la difficoltà di assegnarli ad un determinato periodo storico, essendo essi generalmente frutto, per rovine, distruzioni, ampliamenti o rifacimenti, di ben distaccate e successive fasi costruttive.

Tipico in questo senso è quello che può consi­derarsi il più solenne, ricco e importante monumento della provincia, la già ricordata Santa Maria di Atri, esemplare nobilissimo, nel suo complesso, dello stile borgognone.

La sua costruzione si protrarrà, dopo l’elevazione alla dignità episcopale (1251), fino agli inizi del Trecento, con intendimenti di sempre maggiore ampiezza e sontuosità, mentre nell’interno si arricchirà successivamente delle serene fatiche di affreschisti locali del Quattrocento e ancor piìi dell’arte squisita di Andrea Delitio e, piìi oltre an­cora, delle marmoree eleganze rinascimentali di Paolo de Garuviis da Como.

 

Atri
Atri, particolari e volta dipinta del Teatro.

 

Nel Trecento intanto, con lo sviluppo delle forme archiacute, si moltiplicano an­cora chiese e monasteri, e sorgono Santa Maria di Propezzano nel comune di Morrò d’Oro, ov’è anche l’austera parrocchiale di San Salvatore, il Duomo e il San Francesco di Città S. Angelo, e le chiese conventuali di Teramo e di Campli, mentre finalmente anche l’architettura militare e civile s’afferma col rafforzarsi dei rispettivi poteri e per l’antagonistica emulazione delle piìi potenti famiglie.

S’alzano torri, mura e castella a Mosciano, a Montone e a Campli, l’episcopio, il municipio e le case dei Melatini e degli Antonelli a Teramo, con rude carattere costruttivo.

Atri
Atri, parte dei meravigliosi affreschi del Duomo.

 

L’architettura ogivale continua a dominare tutto il Quattrocento, e di questo se­colo sono i bei campanili — o il loro compimento — svettanti coi loro ottagoni a cuspide nei cieli di Teramo, di Atri, di Campli e di Corropoli.

E’ di questo tempo che le altre arti, la scultura e la pittura, incominciano ad affermarsi in opere di qualche interesse.

Le nude pareti delle severe architetture chiesastiche si adornano della mi­surata policromia dell’affresco: Giacomo da Campli, Antonio e Giacomo da Atri e Pietro Alamanni sono gli artefici che si possono ricordare e attorno ai quali si profila il formarsi di scuole locali, mentre Jacobello del Fiore lascia di sè splendida testi­monianza nel fulgente polittico conservato nella teramana chiesa di Sant’ Agostino.

Così la scultura, costretta nel Medioevo entro i limiti della propria soggezione all’architet­tura, offre in questo periodo qualche esempio di maggiore indipendenza in virtù di artisti forestieri, tra cui primeggia Nicola da Guardiagrele, che nel paliotto per la cattedrale di Teramo crea un capolavoro d’arte orafa.

Appena nel Cinquecento l’arte della Rinascenza sboccia nel pieno delle sue nuove e pili fresche visioni, ma con manifestazioni isolate: sono pochi altari ed edicole marmoree; sono figure o gruppi plastici che dall’arte di Silvestro dell’Aquila trag­gono motivi d’ispirazione o vi si conformano, come fa Gianfrancesco Gagliardelli di Città S. Angelo; sono gli affreschi atriani del Delitio o le sparse tavole di Cola del­l’Amatrice; sono modeste realizzazioni architettoniche confinate qua e là, che non riescono ad alterare l’impronta preponderantemente medioevale del teramano.

Anche l’affermarsi degli stili e del gusto del Sei e del Settecento trova non poca resistenza.

Remota provincia ed ultima propaggine settentrionale del Regno di Sicilia, cui appartenne dal XII sec. seguendone le sorti fino all’annessione del 1860 al Regno d’ Italia, con brevi parentesi di governi austriaci e napoleonici, essa si riscuote dalla stasi decadente appena alla fine dell’ Ottocento.

Migliorate le condizioni politiche ed economiche, anche la provincia di Teramo risentì di tutti i benefici derivanti dall’u­nità del Paese.

L’ultima guerra la colse in pieno fervore di rinnovamento, con un’a­gricoltura progredita, con viabilità e comunicazioni perfezionate, con crescente svilup­po edilizio, mentre l’industriosità congenita nella popolazione prometteva felici attua­zioni, non trascurabili quelle nel campo del turismo che si avvantaggiava dell’ame­nità delle piccole ma bene attrezzate spiagge marine, della felice postura di talune località fresche e ventilate dell’interno e di tutte le risorse dell’alta montagna.

Le variate bellezze naturali, i pittoreschi e caratteristici aspetti degli abitati, i monumenti d’arte sparsi dappertutto, unitamente al sempre più elevato tenore della vita civile e culturale, alla limpidezza del carattere, all’ ospitalità e alle silenziose laboriosità degli abitanti, sono altrettante doti di cui può andar fiera la piccola provincia di Teramo, protesa verso un avvenire migliore.

Alberto Riccoboni