Passeggiata verso Sperone Vecchio

Alle prime ore di un pomeriggio di settembre, parti da Gioia dei Marsi verso Gioia Vecchio sulla nazionale, uno sguardo alla chiesetta degli alpini e via.

di Carmine Granato

T’incuriosisce la freccia che indica Sperone Vecchio e imbocchi una strada bianca, non asfaltata e non sprovvista di qualche buca.

Ti trovi in un trionfo di rami di alberi che formano una galleria affrescata di verde e una processione di rovi di more rosse tra le nere, grosse, turgide, saporose e invitanti; ne assaggi e ne apprezzi il sapore e l’odore e ne subisci il colore.

Continui incontrando nessuno e qualche fiore di montagna e, dopo pochi minuti, ti appare un grappolo di case dismesse, abbandonate,sfondate, vissute e parlanti, impertinenti e maleodoranti di presenze abusive e intrusive e un po’ cialtrone.

Sulle facciate di due edifici di architettura modesta, ma dignitosa, si leggono a malapena le parole Senato e Camera, in corrispondenza di riquadri disegnati e numerati sul muro: spazi per la propaganda elettorale.

Già, servivano anche i voti di chi abitava in questo angolo di mondo prima di scendere a Gioia.

La Chiesa, cadente e chiusa con una sbarra ricavata da uno dei tanti rami tagliati del bosco circostante, è al centro di questa che fu la piccola grande comunità degli speronesi, grandi lavoratori, onesti ed orgogliosi.

Assente la pavimentazione stradale, ma presente una scalinata di 14 gradini:come può un borgo non avere una scalinata?

A fianco della chiesa senza visibile carta d’identità è una fontana,che forse era anche abbeveratoio o lavatoio, scorre ancora un rivolo d’acqua che disseta qualche mucca che lascia traccia del suo passaggio.

Poco più in là si mostra un maestoso ciliegio, imponente e pieno di rami non potati da troppi anni per potere regalare ancora squisiti frutti.

Le case, le poche case, abbracciate una all’altra o sparse, sono circondate, invase, soffocate, abitate da rettili e da insetti, da rovi di more, da fichi, da bottiglie di plastica, da copertoni di automobile e da qualche vecchio materasso, che segnalano il passaggio di qualche galantuomo.

Se chiudi gli occhi, immagini tante generazioni che a quest’altezza per secoli hanno sfidato i rigori dell’inverno e i disagi della lontananza da Gioia, ma che hanno assaporato le vertigini di un panorama senza pari e di una ineguagliabile solidarietà.

Ecco San Nicola, chiesetta dignitosa, intonacata, ma dal tetto quasi sfondato, spoglia e solo in parte affrescata (Andrea de Litio?): la si raggiunge attraverso una via lastricata preceduta da un’altra essenziale fontana.

Da ogni angolo di Sperone Vecchio e dalla base della torre di avvistamento, che in posizione strategica svetta, si vede un Abruzzo da capogiro e se sali in cima vedi Bisegna e tanto altro.

Ti guardi intorno e ti viene spontaneo progettare la rinascita di un borgo che fu pieno di vita, di gente, di speranze, di sogni e di illusioni.

Ti aggiri tra le stradine e i pianori di questo luogo magico e vedi già le case rifatte e popolate almeno nella bella stagione, ma sogni anche frotte di giovani provenienti da tutto il mondo e provvisti di tendina, sacco a pelo e chitarra.

Sai che realizzare un progetto del genere costerebbe molto, ma si sogna ancora gratuitamente.

Chiudi gli occhi e senti già il vociare di internazionali giovani festanti che infine si tacciono per lasciare la parola ad un coro che intoni canzoni tradizionali d’Abruzzo in questo inimitabile teatro di paradiso incontaminato.

Riviva Sperone Vecchio.