Riflessioni di carattere linguistico-espressivo sul romanzo di Remo Rapino “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” Premio Campiello 2020.

di Cesira

Quando di un romanzo o di un racconto si dice “si legge d’un fiato” può significare, a mio avviso, due cose: o perché è di una semplicità o meglio semplificazione della trama e dello stile di scrittura, o per la capacità dello scrittore di rendere fluidi, scorrevoli, leggeri i contenuti di una narrazione profonda e complessa, come Remo Rapino riesce a fare pur con un uso della lingua-dialetto originale. E qua si entra nel discorso della forza narrativa, della capacità elaborativa personale di testi e contesti. E allora un racconto, un romanzo, persino un raccontare a voce diventano peculiarità di una autrice o di un autore. La sua connotazione. Il suo unicum. Bastano poche righe al lettore attento per riconoscere lo scrittore di cui ha già letto.

Quale è la trovata di Remo Rapino perché il suo romanzo risulti armonico tra forma e sostanza, tra trama, vissuto storico-politico e fisicità del luogo, che in questo caso è Lanciano, una cittadina abruzzese dove opulenti signori e disperati senza coordinate convivono nelle stesse piazze, lungo lo stesso corso, ma chi dentro e chi fuori dalla Casa della Conversazione.

Bonfiglio Liborio, il protagonista, si porta dentro e fuori “i segni neri” fin dalla nascita, ma non diventa nero lui, cioè fascista. Anzi.

Lascio la scoperta della trama al lettore e provo a riflettere su quanto annunciato nel titolo. E qua, io piuttosto scettica verso i premi, comprendo il valore del Campiello per questo romanzo geniale e originale.

Rapino si serve della lingua del “parlato”, dei suoi “repetita”, del suo inarrestabile fluire che non conosce gli ostacoli delle virgole e dei punti. Lui codifica, con questo romanzo, la possibilità di non rimanere ai soli termini dialettali per rappresentare un’idea. Rapino penetra nella sintassi del dialetto con una precisione chirurgica, come pochi hanno saputo fare per altri dialetti. E penso a Gadda del “Pasticciaccio” , oppure a Eduardo De Filippo, a Camilleri, oppure, magari per mio limite, a pochi altri grandi. Per la lingua abruzzese, ho visto alcuni tentativi anche di buon effetto e gradevolezza, ma non un’immersione così totale nel costrutto sintattico inteso come forma mentis.

Perché è così importante costruire una sintassi del dialetto in un romanzo che ruota intorno a storie di provincia che pure fanno la Storia, incentrata su un personaggio che pensa, ragiona, si arrabbia, bestemmia, soffre, soprattutto soffre, nel suo dialetto?

Perché nel suo pittoresco pensare e parlare, il “cocciamatte” Liborio fa uso di modi di dire specificatamente abruzzesi e lancianesi, lontani dai proverbi che sono più ampi e generali?

Perché solo l’uso limitato delle parole dialettali incastrate forzatamente in un costrutto sintattico proprio dell’italiano avrebbe deviato lo spirito del romanzo, del protagonista e dei personaggi. E ciò Rapino annuncia già nel titolo. Noi abruzzesi, per raccontare dettagliatamente di qualcuno, diciamo esattamente “vita, morte e miracoli di… prima il cognome poi il nome”.

Remo Rapino è uomo di cultura e sa che il dialetto, completo della sua impalcatura sintattica spesso complessa e rigorosa, è la nostra madre, è il nostro padre. Il nostro nobile dialetto, scaturito dal latino, arriva prima dell’italiano e, se proprio vogliamo restare nell’ambito parentale, l’italiano è nostro fratello, è fratello di tutti i dialetti.

Anche per questo motivo, che ho voluto circoscrivere rispetto ai molti altri che lo rendono interessante, ho trovato il romanzo geniale, colto e impeccabile, curato nel dettaglio nel suo aspetto linguistico, spoglio di punteggiatura e ricco di colore.

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” è il romanzo che, da abruzzese e studiosa del dialetto, avrei voluto scrivere.