La recensione. Furore, di John Steinbeck

di Valentina Fazi

Un romanzo disarmante. Una denuncia sociale, di grande attualità.

 

Quando un mio amico, che chiamerò il Prof, mi ha consigliato di leggere Furore di John Steinbeck, eravamo in montagna, davanti a un caffè. Con il Prof è sempre un piacere prendere un caffè, si parla di libri, di musica, di cultura e insieme condividiamo l’amore per la terra dove entrambi siamo nati. Quella terra che oggi viviamo di rado e quasi sempre in concomitanza di feste o per villeggiatura. Ma in quegli sprazzi di tempo condividiamo tanto, amiamo, ricordiamo, festeggiamo. In quel caffè mi è stato consigliato Furore, in piena estate. Dopo una serie di ricerche su internet ho deciso di non comprare il libro subito ma di aspettare le vacanze natalizie. Il numero di pagine ammonta a circa 700. Insomma, non un libricino da leggere sotto l’ombrellone. Mi sono detta “aspettiamo le vacanze di Natale, sarò in Abruzzo… in vacanza… più tempo a disposizione”. E così ho fatto. Prima di partire, quasi a ridosso di Natale, compro il libro. Per quanto ti possano parlare bene di un libro, l’impatto con 700 pagine è sempre un po’ scoraggiante. La copertina ricorda un film western. Però mi fido del Prof, cosi inizio a leggerlo. “Furore” è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Siamo in America, per l’esattezza in Oklahoma. Con magistrale e minuziosa precisione Steinbeck descrive gli ambienti, le persone, gli odori. Sin da subito si entra nel romanzo. Siamo in viaggio. La famiglia Joad si prepara non per un viaggio qualsiasi, ma per il viaggio della speranza. Quella speranza che spinge chiunque a lasciare la propria terra, che ormai non ha più nulla da offrire, per dirigersi verso nuovi orizzonti. Insieme alla famiglia Joad, partiamo lungo la Route 66 in compagnia di tante altre famiglie. Tutti condividono prima la maledizione della siccità e poi l’esproprio della terra da parte delle grandi aziende. In fuga dalla Grande Depressione degli anni ’30, dall’idea che tutto si possa comprare, anche la vita, gli affetti. Alla ricerca di un’esistenza migliore che si possa non solo creare ma anche preservare e conservare. Nel romanzo i personaggi sono tanti, rocamboleschi e vanno tutti in un’unica direzione, tutti concentrati nel viaggio, tutti stregati da quel sogno americano di cui ancora oggi sentiamo gli echi e che alla fine si rivela un grande bluff. La California è la terra promessa dove poter raccogliere i cocci della propria vita e ricominciare da capo. Nel tragitto si diventa spettatori della vita contadina, di incontri, di pregiudizi, di lotte per la sopravvivenza, di soprusi subiti dai migranti. La rabbia e l’impotenza si ramificano tra la povera gente e l’abusata pazienza comincia a diventare furore. Steinbeck non ha pietà e non fa sconti. Racconta questo viaggio descrivendone la vita fino all’ultima sfumatura. Un romanzo forte e potente. Un romanzo disarmante, una denuncia sociale che, pur raccontando la drammaticità di un periodo storico passato, è tutt’ora attuale. Un libro capace di dare speranza, che manifesta, con inaspettata delicatezza, il lato buono dell’umanità anche quando disperazione e furore la fanno da padroni.

Un romanzo imprescindibile, da tenere in libreria, nella nostra “dispensa” dei saperi di cui ognuno di noi necessita sempre.