Il ricordo di un giovane medico: Bovolenta ovvero “La sfinission de stomego”, di Gilberto Caburlotto

Riceviamo da Ettore Caburlotto e volentieri pubblichiamo il ricordo della prima supplenza,  in qualità di medico condotto, a Bovolenta, scritto dal compianto cardiologo Gilberto Caburlotto, suo fratello.

Il quadretto di vita vissuta ci dice, tra l’altro, che il medico di medicina generale si chiamava “medico condotto”; che esisteva la Mutua, che passava l’assistenza medica e  anche delle medicine; che il lokdown, o isolamento, si chiamava “contumacia”, un termine preso a prestito dal diritto. Il dottor Gilberto viaggiava in 48: correvano i meravigliosi Anni Sessanta.

a cura della Redazione

 

 

“Dottore, sarebbe disponibile per una supplenza al medico condotto di Bovolenta?”

E’ la voce della segretaria dell’Ordine : rispondo subito di sì.

La mattinata è bella, calda di inizio luglio del 1962.

Allievo interno (come si diceva allora) nella gloriosa Clinica Medica dell’Università di Padova diretta da  Alessandro Dalla Volta e specializzando in Cardiologia.

Sarà questo il mio primo approccio con la medicina del territorio.

Bovolenta ? Chi era costei?

Faccio presto a scoprirlo, carta stradale alla mano, è un piccolo borgo di campagna a 20 km da Padova. Ma mi occorre un mezzo di trasporto, mi rivolgo allora a “Nadain” (Natalino) il nostro meccanico, che, in un paio di giorni, mi procura un 48 di seconda mano, ma veloce e perfettamente funzionante.

Telefono al collega per sapere che tipo di pazienti vede e per qualche consiglio. Ci parliamo nel nostro bel dialetto veneto. Mi dice “Sta atento al luni matina. Sti tosi ala domenega va al mare, i ciapa el soe, i se scota, i va a magnar pesse a Ciosa e i ghe ne fa indigestion, i beve un tantin de più. E al luni matina te i trovi in ambulatorio tuti malà. Ma no spaventarte, i xe tuti boni fioi” (Questi ragazzi la domenica vanno al mare, prendono il sole, si scottano, vanno a mangiare il pesce a Chioggia e ne fanno indigestione, bevono un tantino in più. E al lunedì mattina te li trovi in ambulatorio tutti ammalati. Ma non spaventarti, sono tutti bravi ragazzi). Ci salutiamo, sorridendo.

Poi parto, alla ventura. Mi presento in Comune al Sindaco che mi mette a disposizione, per un paio di pomeriggi, il Messo comunale che mi accompagnerà alle visite domiciliari e mi insegnerà le strade e stradine di campagna.

Primo giorno di ambulatorio: i soliti malanni, artrosi, ipertensione, mal di stomaco, la “solana” della domenica e l’indigestione di pesce a Chioggia. Al pomeriggio via con il Messo per le visite domiciliari attraverso la campagna con il grano appena tagliato, il granoturco in crescita, i lunghi filari di vigne e gli alti fressini che fanno confine con le proprietà.

Arriviamo alla prima casa. “Maria, te go portà el dotor novo, el nostro xe in ferie” (Maria, ti ho portato il medico nuovo, il nostro è in ferie). “Grassie Toni e saluda i tui a casa” (Grazie Antonio e saluta i tuoi a casa). Poi la Maria mi fa entrare e mi dice “El puteo ga la fersa”. Termine sicuramente non scientifico, ma soccorrono gli occhi : è morbillo. Lo dico alla Maria con le prescrizioni d’uso : riposo a letto, dieta leggera, qualche antipiretico e contumacia secondo regola. Si riparte verso la frazione di Brusadure, anche qui vari casi di morbillo, tutto uguale diagnosi, prescrizioni, contumacia.

Si rientra in paese e ci si ferma in una casa, si fa avanti il Messo “Siora Caterina, ghe go portà el dotor novo”. “Grassie sior Messo, gero proprio qua che lo spetavo” (Grazie signor Messo, ero proprio qui che lo aspettavo). La Caterina mi saluta e mi conduce dall’ammalato. “El ga el mal del monton”. Un’occhiata : Orecchioni (o parotite), visita anche per vedere se ci sono complicazioni testicolari, poi le solite prescrizioni.

Il giro è finito e vado alla trattoria che mi ospiterà per 15 giorni. Mi era stata segnalata dal collega, che ne aveva dato preavviso. Mi aspettavano, alloggio buono, buona la cucina, grande gentilezza ed ospitalità, anche perché, in quei tempi e in campagna, avere ospite un medico e, nel mio caso, proveniente dall’Ospedale di Padova, era un onore. Ma erano proprio altri tempi.

Al mattino seguente prima visita, è una vecchietta, piccola, magra, ossuta. Chiedo che malanno ha, risposta “Dotore mi go na gran sfinission de stomego” (Dottore ho una grande “sfinission” di stomaco).

L’allievo della Clinica Medica rimane perplesso, nei sacri testi è un termine che non esiste. Allora da bravo medico, una approfondita anamnesi, un preciso esame obiettivo, risultato non ne ricavo nulla, la vecchietta non ha particolari malattie. Le chiedo “Cossa diselo el so dotore” (cosa dice il suo medico?). La risposta “El me dise vecia te si, no te ghe gnente, mastega mejo e nol me dà nessuna medesina” (MI dice, sei vecchia, non hai niente, mastica meglio, e non mi dà nessuna medicina). A questo punto vista l’evidente fiducia che sta dimostrando verso il giovane medico le prescrivo uno sciroppo di “latofosfato di calcio e ferro” un preparato galenico in uso a quei tempi (costava poco alla Mutua), qualcosa farà…”un cucchiaio prima di pranzo e uno prima di cena”.

La vecchietta esce soddisfatta con grandi ringraziamenti e sento che dice a quelli che erano in attesa : “Che bravo dotor che xe vegnù” (Che bravo medico è venuto).

Passa una settimana tra visite in ambulatorio e fuori, rare le chiamate notturne (allora non c’era la Guardia Medica), due parole con il Segretario Comunale e, dopo cena, quattro chiacchiere con i padroni della trattoria ed infine un bel sonno.

Riapro l’ambulatorio e, prima di tutti, ancora la vecchietta, arzilla più che mai. “Dotor miracolo, miracolo, xe sparìa la sfinission de stomego con la so medesina” (Dottore, miracolo, è scomparsa la “sfnission” di stomaco con la sua medicina). Sorpresa ed altra perplessità: comunque va bene così. Ripeto la prescrizione “ Par rinforsare l’efeto basta solo un sculiero a pranso” (Per rinforzare l’effetto basta solo un cucchiaio a pranzo). La vecchietta quasi si commuove per l’inaspettata guarigione ed esce ringraziandomi “Che Dio la benediga, dotor” (Che Dio la Benedica, dottore).

Finisce la supplenza e riparto per Padova, torno in Clinica: visite, spirometrie e le lezioni di Sergio Dalla Volta, mio Maestro di Cardiologia. Ma anche le passeggiate con la fidanzata, la mia insostituibile Annalisa di oggi.

Sono i primi di luglio dell’anno dopo quando mi telefona il collega Pieropan chiedendomi se posso sostituirlo per le ferie. Gli rispondo subito che posso andare. Mi dice che i suoi pazienti sono stati contenti di me, mi ringrazia per aver portato novità terapeutiche che non conosceva. Ci mettiamo d’accordo per il giorno e lo prego di avvisare gli “Osti”, come li chiamava lui, del mio arrivo. Riprendo il mio 48 sempre pronto veloce e d affidabile e via verso Bovolenta.

Un saluto d’obbligo al Segretario Comunale, il Messo non mi serve più (ormai conosco strade, stradine, frazioni e molte famiglie), un saluto anche ai miei “Osti” e al lavoro.

Apro l’ambulatorio e chi ti trovo ? Ancora la vecchietta dell’anno prima, sempre magra, ossuta, ma apparentemente non in cattiva salute. Mia la sorpresa, ma mi precede : “Dotor me xe tornà la sfinission de stomego” (Dottore mi è tornata la “sfinission” di stomaco). Rispondo “Ma na te jera sparìa?” (Ma non ti era scomparsa?). “Si ma el dotor nol me vol dare la medesina miracolosa, el me dise sempre vecia te si, no te ghe gnente, mastega mejo, no te ghe bisogno di siropi” (Sì ma il dottore non mi vuol prescrivere la medicina miracolosa, mi dice sempre sei vecchia, non hai niente, mastica meglio, non hai bisogno di sciroppi).

Me lo racconta con voce implorante, come faccio a deluderla? Ricorro ancora al “lato fosfato di calcio e ferro”, come l’altra volta. Mi ringrazia con gli occhi lucidi ed esce dicendo “El xe proprio un bravo dotor, se vede che el vien da Padova” (E’ proprio un bravo medico, si vede che viene da Padova).

Passa un’altra settimana con le solite visite, quest’anno non ci sono malattie infettive, qualche “solana” di più e qualche indigestione di pesce in più. Poi all’apertura dell’ambulatorio torna la vecchietta tutta sorridente “Dotor go finìo la cura, el so siropo ga fato el miracolo, xe sparìa la me sfinission de stomego, grassie” (Dottore ho finito la cura, il suo sciroppo ha fatto il miracolo, è scomparsa la mia “sfinission” di stomaco). Ormai non mi meraviglio più, qualche effetto lo sciroppo deve pur farlo al di là delle mie perplessità diagnostiche. “Per rinforsar la cura” le prescrivo un’altra bottiglia di sciroppo, un cucchiaio solo a pranzo e aggiungo “Magnar lesiero” (Mangiare leggero). Esce, sventolando la mia preziosa ricetta.

A Bovolenta non sono più tornato.

Che fine avrà fatto la vecchietta senza il mio miracoloso sciroppo di “lattofosfato di calcio e ferro” ?

Sono trascorsi cinquant’anni, ho fatto esperienza dentro e fuori l’ospedale, mi sono specializzato, ho studiato, sono stato a congressi, ho letto libri e riviste, ma cosa fosse quella “sfinission de stomego” non me la so ancora spiegare.

Gilberto Caburlotto