Filosofia -EPICURO, ovvero, la filosofia come una terapia

 

Parlare di epicureismo significa confrontarsi con un motto da tutti conosciuto e molto amato, il “carpe diem”. Come se la vita fosse un’istantanea fotografica che dobbiamo custodire gelosamente dentro di noi.

di Martina Angela Calvi

Parlare di epicureismo significa confrontarsi con un motto da tutti conosciuto e molto amato, il “carpe diem”. Come se la vita fosse un’istantanea fotografica che dobbiamo custodire gelosamente dentro di noi.

Uno sguardo rubato all’incedere perenne del divenire. Il “cogli l’attimo” è stato indebitamente attribuito a Epicuro e letto come un invito a godere le gioie dell’oggi con spensieratezza, senza pensare mai al domani. E senza voltarsi indietro a guardare il passato.

Del “carpe diem” è stato fatto anche un film di successo, “L’attimo fuggente” interpretato da Robin Williams nel ruolo del professor John Keating, un anticonformista che applica la letteratura alla vita.

Va subito chiarito che Epicuro concepiva, è vero, la filosofia come prassi, ma non appiattì la propria etica su una forma di edonismo, come si suole generalmente pensare, né pronunciò mai la frase “carpe diem”.

A scrivere il celebre “cogli l’attimo” fu invece il poeta Orazio, di ascendenze forse epicuree, nell’undicesimo componimento del libro I delle Odi. Orazio si rivolge a una ragazza, di nome Leuconoe, e le suggerisce di godere di ogni istante.

“Mentre parliamo è già fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidati meno possibile del domani”, scrive il poeta (Odi, I, 11). Nell’accostarsi al pensiero di Epicuro va perciò sgombrato subito il campo da alcuni equivoci, per evitare la banalizzazione della sua filosofia. Fondò ad Atene la scuola il Giardino alla quale potevano partecipare anche le donne.

Gran parte della sua opera è andata perduta: le maggiori testimonianze ci sono pervenute grazie al seguace Filodemo e a Tito Lucrezio Caro nel “De rerum natura”, il quale diffuse l’epicureismo in ambiente romano; ma preziosi furono anche gli apporti di Plutarco, Cicerone, Sesto Empirico.

Del filosofo di Samo ci rimangono tre epistole: “A Erodoto” (sulla fisica), “A Pitocle” (sui fenomeni celesti), “A Meneceo” (sull’etica), più le “Massime capitali”, le “Sentenze” e i frammenti del trattato perduto “Sulla natura”. L’epicureismo nacque in età ellenistica nel contesto della crisi della pòlis. A offrire una chiave di lettura unitaria di questo periodo storico è un grande interprete quale Pierre Hadot che, nell’opera “Esercizi spirituali e filosofia antica”, spiega come fondamentale per l’epicureismo sia la liberazione dell’uomo dalle passioni che si esprime nell’ideale di tranquillità dell’anima con la metafora del mare tranquillo.

La filosofia è per Epicuro una terapia, una medicina dell’anima, che permette all’uomo di guarire dall’infelicità. Egli afferma il primato della vita etica su quella contemplativa condensato nel cosiddetto tretrafarmaco: non sono da temere gli dèi (in quanto imperturbabili); non bisogna avere paura della morte (quando la morte c’è io non ci sono e viceversa); bisogna liberarsi dal timore del dolore (perché se è molto forte non è duraturo, se è di lunga durata è debole); infine ci si deve liberare dalla paura dell’infelicità (bisogna evitare i desideri non necessari).

Epicuro non invita affatto ad abbracciare una vita dissoluta: più che di edonismo si può parlare di eudemonismo, cioè di identificazione tra bene e felicità.

La profondità dell’etica epicurea affonda le proprie radici in una logica, detta canonica, di tipo empiristico, in base alla quale la conoscenza deriva sempre dalla sensazione, e in una fisica atomistica ripresa da Democrito.

L’universo è infinito e composto da aggregati di atomi che si muovono nel vuoto e sono dotati di grandezza, forma e peso.

Il peso è causa del movimento degli atomi che inizialmente è verticale, per poi subire una deviazione spontanea (clinamen) la quale ne determina lo scontro e l’aggregazione. Anche l’anima è costituita da atomi sottili e leggeri ed è quindi mortale, come tutti gli altri corpi.

Nella “Lettera a Meneceo” Epicuro espone la sua dottrina del piacere e del quadri o tretrafarmaco, distinguendo i desideri naturali necessari (il cibo, l’acqua, il calore) dai desideri naturali non necessari (amore, cibi raffinati) e dai desideri vani e vuoti che non hanno corrispondenza in natura (onori, ricchezze, potenza).

Per Epicuro bisogna fuggire i desideri vani e soddisfare unicamente quelli necessari. Il filosofo distingue due ordini di piaceri: i piaceri cinetici e quelli cosiddetti catastematici, cioè stabili.

Soltanto i piaceri stabili permettono di raggiungere uno stato di felicità e di saggezza identificato con l’autarchia e l’atarassia. Epicuro parla dell’atteggiamento del saggio nei confronti della “tyche”: egli è colui che tutta la vita riesce a dominare le proprie passioni.

Il saggio epicureo è contrario al desiderio di gloria e di fama e neppure ambisce essere ricordato dai posteri. “Vivi nascosto”, afferma Epicuro, cioè “in modo che nessuno si accorga che tu sei vissuto”.

Vivi quindi lontano dagli onori, dalla vita politica, dalla ricchezza e dal potere. Vivi senza desiderare di essere ricordato.