L’ufficializzazione dei risultati della ricerca condotta da Maurizio De Tullio sull’effettivo numero delle vittime dei bombardamenti della tragica estate del 1943, ha riacceso vecchie e mai sopite polemiche, confermando un amaro e incontestabile dato di fatto: a distanza di 78 anni, il martirio di Foggia non riesce ancora a produrre una memoria condivisa.

Ed è un fatto grave, gravissimo, per una città che, a causa di quegli eventi ha pagato un prezzo enorme in termini di identità, e di futuro, che ancora oggi sprigiona. suoi effetti nefasti.

Purtroppo, sulla questione dei bombardamenti e delle vittime esistono due letture, per così dire, politiche. C’è la lettura di sinistra, che esalta il ruolo degli Alleati “liberatori” e di conseguenza attenua la gravità delle incursioni.

C’è quella di destra, nostalgica, che moltiplica il numero dei morti, per puntare il dito contro la violenza alleata.
Ma la storia non è di destra, né di sinistra. Non è bianca, o nera: è un intreccio di mille sfumature di grigio. Ed è in queste sfumature che bisognerebbe cercare per trovare una lettura condivisa, e farne memoria.

Gli stessi numeri si prestano a interpretazioni diversificate. È vero che la scrupolosa indagine avviata da De Tullio (sottolineo: avviata, perché come ha detto lo stesso autore si tratta di un work in progress) ha accertato un numero di vittime (2.100) sensibilmente inferiore a quello “ufficiale” (oltre 20.000).

Ma in pochi hanno rilevato che le 2.100 vittime individuate da Maurizio sono sensibilmente superiori a quelle (appena 603, per l’intera provincia di Foggia) determinate dall’Istat, all’indomani della fine del conflitto bellico.
Confesso che ieri, nel momento in cui licenziavo la “lettera meridiana” che dava notizia dei risultati dello studio, sono stato tentato di titolare “Vittime dei bombardamenti, De Tullio smentisce l’Istat”.

Va considerato che nel momento in cui si cercava di contare la vittime, il Paese era alla vigilia di una laboriosa ricostruzione, su cui avrebbe certamente influito il numero più o meno ufficiale dei morti e la consistenza dei danni.

Mancano studi approfonditi su questa pagina tutt’altro che secondaria della storia italiana e meridionale, e sarebbe forse il caso che la stucchevole querelle sul numero delle vittime ceda il posto a una più generale (e scientifica) ricostruzione del contesto in cui maturarono le diverse (e come abbiamo visto, tutte molto opinabili) contabilità.
Ma torniamo ai numeri e alla certosina azione di recupero della memoria condotta da Maurizio per conto della Biblioteca (il cui fine principale, non va dimenticato nemmeno questo, è in primis quello di dare un nome e un cognome ai caduti, per rendere loro il dovuto omaggio).

Che differenza fa che siano stati 2.100 o 20.000? Tanta, in termini di verità storica, assai poca in termini di reale portata dei fatti.
Foggia fu martirizzata, e stanno a testimoniarlo e confermarlo proprio i 2.100 nomi e cognomi censiti dal bravo Maurizio De Tullio.  Le due medaglie d’oro al valor civile e al valor militare sono assolutamente legittime, e anzi sacrosante.

Quanto alla seconda, è il caso di ricordare (lo si legge anche dalla motivazione) che il valore militare è stato sancito dalla resistenza frapposta (sia a Foggia che nel resto della Provincia) dalla popolazione e da reparti dell’esercito alle forze naziste, che commisero stragi e si resero protagoniste di tante nefandezze, come ha recentemente ricordato l’ANPI, riportando alla luce e alla memoria il contributo offerto dal Mezzogiorno alla Liberazione.
Foggia e la Capitanata si trovarono tra l’incudine della furia dei bombardamenti alleati e il martello della ferocia nazista che saccheggiò, depredò, massacrò.

La guerra è guerra, recita l’antico adagio. Ma a Foggia lo fu più che altrove.
Per conquistare il Foggia Airfield Complex, che avrebbe offerto la possibilità di estendere il raggio d’azione dell’aviazione alleata al Balcani e all’Europa centrale, gli Alleati non esitarono a ricorrere ai “bombardamenti strategici”, che non erano diretti soltanto verso gli obiettivi militari, ma avevano il fine di terrorizzare la popolazione civile.
Resta da chiarire l’oscuro episodio dei mitragliamenti a bassa quota nella Villa Comunale (ci sono ancora le tracce dei proiettili), e così il possibile ricorso ad armi chimiche, adombrate da un testimone d’eccezione come lo scrittore Luciano Bianciardi, che il 22 luglio si trovava di stanza a Foggia come soldato.
Anziché dividersi e litigare, sarebbe il caso di impegnarsi tutti, così come sta facendo Maurizio De Tullio, perché la verità, tutte le verità, sui bombardamenti di Foggia vengano accertate.
Geppe Inserra