Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo

(nella foto, scultura du Bruno Catalano)

 

Da tempo ci si trova ad avere a che fare con una Italia in cui il malessere demografico imperversa spietato e, d’altra parte, con una Italia, l’unica a crescere, che è quella che ha messo radici all’estero: l’unica comunità che cresce di un’Italia sempre più longeva e spopolata è quella che risiede all’estero.

 

Delfina Licata

Nel 2005 mentre la Chiesa italiana era particolarmente attenta alla mobilità in ingresso nel nostro Paese, la Fondazione Migrantes, guidata da  monsignor Luigi Petris, ebbe l’idea di realizzare un volume che raccontasse dell’Italia protagonista della mobilità in uscita.

Iniziò così la storia del Rapporto Italiani nel mondo (RIM), la prima edizione del quale fu presentata a maggio del 2006 e purtroppo mons. Petris non riuscì a parteciparvi, stroncato da un brutto male soltanto pochi mesi prima.

Una storia continuata fino ad oggi e per la quale quest’anno è stato raggiunto un traguardo ragguardevole.

Quindici anni di studi, analisi, di narrazione di un Paese e del suo popolo, dei cambiamenti e delle involuzioni.

Quindici anni di costante coinvolgimento della Chiesa italiana, attraverso la Fondazione Migrantes, nell’accompagnamento e nel sostegno culturale e pastorale dei migranti italiani sia di quelli residenti da più tempo all’estero o nati oltreconfine, sia di coloro che hanno una esperienza migratoria recente.

In quindici anni questo strumento editoriale della Fondazione Migrantes è diventato un progetto culturale e ha registrato un vero e proprio cambiamento d’epoca, l’ennesimo, per un Paese fondato sulla emigrazione.

Da tempo ci si trova ad avere a che fare con una Italia in cui il malessere demografico imperversa spietato e, d’altra parte, con una Italia, l’unica a crescere, che è quella che ha messo radici all’estero: l’unica comunità che cresce di un’Italia sempre più longeva e spopolata è quella che risiede all’estero.

2006-2020: una mobilità sempre più complessa e strutturale

Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana è aumentata del +76,6%. Si tratta di una collettività che, nella sua generalità rispetto ai 2006, si sta ringiovanendo a seguito delle iscrizioni per nascita all’estero (+150,1%) e della nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% delia classe di età 0-18 anni) sia da protagonisti giovani e giovani adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato dei lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni). Da gennaio a dicembre 2019 si sono iscritti all’AIRE 257.812 cittadini italiani di cui il 50,8% per espatrio. In valore assoluto, quindi, nel corso del 2019 hanno registrato ia loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali per lo più giovani e giovani adulti.

L’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione.

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Lo Speciale 2020

L’idea dello Speciale 2020 nasce dall’errata narrazione che la mobilità italiana, soprattutto più recente, coinvolga il Nord del nostro Paese piuttosto che il Sud. La disaggregazione del dato provinciale e l’analisi sul lungo periodo ci raccontano un’altra storia, quella cioè per la quale le zone interne, di qualsiasi parte di Italia, più fragili e maggiormente dimenticate, hanno continuato ad essere i luoghi privilegiati da cui le partenze hanno “succhiato nuova linfa”.

Che tra il Settentrione e il Meridione d’Italia vi siano divari profondi è storia conosciuta. Quanto questi divari abbiano a che fare con la mobilità spesso lo si ignora, così come si è poco consapevoli che la narrazione di una nuova mobilità, soprattutto dal Nord Italia, spesso urta con la realtà. Il vero divario non è tra Nord e Sud, ma tra città e aree interne. A svuotarsi ancora sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, da eventi catastrofici o da sfortunate congiunture economiche. Luoghi che si trovano al Sud ma anche al Nord, ma che al Sud diventano doppia perdita: verso il Settentrione e verso l’estero. «Sogniamo – dice Papa Francesco nella sua ultima Enciclica Fratelli Tutti – come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli». Papa Francesco fa appello al nostro stile di vita, al nostro atteggiamento sociale ma anche al mondo di stare al mondo, al rispetto per l’ambiente e per la Madre Terra che ci ospita. Ma unisce la fratellanza all’amicizia sociale affermando che «Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto». La pandemia che stiamo vivendo ce lo sta insegnando. Non ci si salva da soli, ma il superamento di questo grave momento avverrà solo dall’unione e dalla collaborazione impegnandoci ad essere prossimi nella distanza, comunità ibride in cui la condivisione è di affetto oltre lo spazio.

Tanti italiani in mobilità soprattutto giovani, ma anche tanti giovani nati in Italia di origini non italiane ma che si sentono italiani e cercano un riconoscimento di diritto per esserlo, esprimono già questa solidarietà dedicando il loro tempo e il loro impegno, ma anche il loro studio e la loro passione ai propri territori di origine e al loro Paese auspicando cambiamenti e inversioni di rotta.

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Un convegno

Dal 9 al 12 novembre 2021 I grantes sta organizzando un convegno dal titolo Radici cfie non si spezzano ma si allungano ad abbracciare ciò che incontrano, in preparazione del quale nel Rapporto Italiani nel Mondo 2020 sono raccolti quattro contributi che introducono ai tema e delineano i primi orientamenti sui cui innestare la riflessione. La voglia di comunità resta anche in un mondo di forte mobilità. Cambiano le forme e le modalità aggregative, ma non il desiderio di appartenervi. Che la comunità sia di tipo sportivo o culturale, politico o religioso, che sia reale o virtuale, nella maggior parte delle persone rimane il desiderio di condividere con altri simili i propri pensieri, le proprie visioni e i propri sentimenti. L’appartenenza è un elemento determinante l’identità perché permette all’individuo di sviluppare il suo essere. Le Missioni Cattoliche di Lingua Italiana (MCLI), insieme a tante altre associazioni ed istituzioni a servizio della collettività italiana all’estero, sono sempre state un punto di riferimento – una “casa lontano da casa” – per i nostri connazionali, bisognosi non solo di servizi socio-pastorali, ma soprattutto di (riprovare elementi identitari di appartenenza fuori dal loro contesto di origine.

Il beato Giovanni Battista Scalabrini sosteneva, a inizio Novecento, la necessità di nuove strutture a parità di nuovi fenomeni.

Da quel 1905 ne è passato di tempo, ma a volte ci si accorge che le strutture pastorali non rispecchiano l’evolversi della società.

Le MCLI in Europa vivono una fase identitaria di passaggio per cui hanno bisogno di ripensarsi e di avere il coraggio di proporsi all’interno delle Diocesi con un atteggiamento proattivo e meno remissivo.

La lunga storia conferisce loro autorevolezza, ma rischia di venir meno la creatività pastorale che permette di trovare quel giusto equilibrio tra il richiedere un riconoscimento formale e l’essere disposti a una riformulazione strutturale.

Potremmo dire che la flessibilità e la capacità di riformutarsi sono la caratteristica ordinaria di un modello pastorale per poter rispondere prontamente alle esigenze dei fedeli.

Quando papa Francesco parla di una “Chiesa in uscita” e del pericolo della “auto-preservazione”, altro non fa che chiederci di uscire dalle nostre strutture, ormai consumate dagli anni, di essere capaci di cogliere i “segni dei tempi” e di mettere in moto la creatività pastorale, frutto anche di tentativi non sempre chiari e definiti fin dall’inizio.

(da https://www.migrantes.it/)