Letteratura latina – Cicerone sostiene che la società umana si basa sul diritto

 

Testo scelto, introdotto e tradotto da Rocco Pagliani

 

Pronunciata in tribunale da Marco Tullio Cicerone nel 56 a.C., l’orazione fu composta in difesa del tribuno  Publio Sestio, accusato di aver organizzato bande armate per contrastare i programmi, considerati eversivi,  del partito popolare capitanato dal tribuno Publio Clodio Pulcro.

Nel brano seguente (Pro P. Sestio, 91-92) Cicerone sostiene la tesi che la società umana poggia sulle norme del diritto, senza le quali è inevitabile il ritorno alla violenza e alla sopraffazione che caratterizzavano l’esistenza ferina condotta dall’umanità ai suoi primordi.

 

Testo

Quis nostrum ignorat ita naturam rerum tulisse, ut quodam tempore homines, nondum neque naturali neque civili iure descripto, fusi per agros ac dispersi vagarentur tantumque haberent quantum manu ac viribus per caedem ac vulnera aut eripere aut retinere potuissent? Qui igitur primi virtute et consilio praestanti exstiterunt, ii, perspecto genere humanae docilitatis atque ingenii, dissipatos unum in locum congregarunt eosque ex feritate illa ad iustitiam atque ad mansuetudinem transduxerunt. Tum res ad communem utilitatem, quas publicas appellamus, tum conventicula hominum, quas postea civitates nominatae sunt, tum domicilia coniuncta, quas urbes dicimus, invento et divino iure et humano, ut moenibus saepserunt. Atque inter hanc vitam perpolitam humanitate et illam immanem nihil tam interest quam ius atque vis. Horum utro uti nolimus, altero est utendum. Vim volumus extingui, ius valeat necesse est, id est iudicia, quibus omne ius continetur. Iudicia displicent aut nulla sunt: vis dominetur necesse est.

 

Traduzione

Chi di noi ignora che la natura ha voluto che un tempo gli uomini, quando non era stato ancora fissato né il diritto naturale né il diritto civile, andassero vagando sparsi e dispersi fra le campagne e possedessero soltanto ciò che fossero riusciti a rapinare o a conservare con la mera forza bruta, uccidendo e ferendo? Pertanto, i primi che si distinsero per la superiorità del loro valore e della loro intelligenza, riconosciuta la natura dell’umano ingegno e la sua capacità di apprendimento, da sparsi che erano riunirono gli uomini in un solo luogo e da quello stato ferino li portarono ad una condizione di vita fondata sulla giustizia e sulla civiltà dei rapporti. Fu allora che, con la scoperta del diritto divino e umano, ne cinsero come con una muraglia quelle istituzioni miranti al bene collettivo che chiamiamo pubbliche, quelle aggregazioni di uomini che ebbero in seguito il nome di Stati e quegli agglomerati di case che noi definiamo città. E tra questa nostra vita ingentilita dalla civiltà e quella selvaggia esistenza primordiale non c’è differenza maggiore di quella tra il diritto e la violenza. Anche se non volessimo far uso di uno di questi due elementi, ad uno dei due è inevitabile far ricorso. Vogliamo che la violenza sia estirpata, è necessario che prevalga il diritto, cioè i tribunali, nei quali ogni norma trova la sua applicazione. I tribunali non sono accetti o non esistono affatto: la violenza non può che spadroneggiare.