MAURO REA: ICONE E NEO-SIMBOLISMO

di Marcello G. Lucci, critico d’arte

Inserti di materiale extrapittorico e informale materico propriamente pittorico si incontrano recentemente nelle opere di Mauro Rea, artista alchemico capace di trasformare l’inservibile inerte in soggetto vitale, l’obget trouvé in suggestivo elemento zoomorfo. L’artista, dalle sue tipiche e tormentate stesure informali, lascia affiorare elementi di rifiuto quotidiano, scarto industriale, come: lattine schiacciate che assumono una forma altra, un senso e con esso un nuovo insospettabile valore. Rea rappresenta in questa stagione creativa il manifesto di quanto intuiva con il suo impareggiabile acume Oscar Wilde “Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, smetterebbe di essere un arista”. L’artista ciociaro, nel suo oramai lungo e importante itinerario creativo, ha sempre affrontato la superficie pittorica con accanimento manuale, con il gusto e il piacere della materia intesa come pittura sovrapposta, sedimentata, macerata all’insegna del ripensamento, che nel suo caso non significa insoddisfazione ma sperimentazione ad oltranza e soprattutto onestà intellettuale. Egli ha sperimentato alacremente negli anni le potenzialità liriche del colore, le sue ricercatezze, le sue nouances analitiche in un percorso ormai storicizzato dell’avanguardia novecentesca che va dal tachisme al poverismo, dall’astrazione alla scrittura visiva; al riguardo ricordo una sua piccolissima tela degli anni novanta dall’esplicito titolo “Non c’è più poesia”. Niente di più poetico e suadente in una commistione estremamente felice tra pittura e scrittura. Mauro Rea – pittore opportunamente contraddittorio, volubile, sempre in bilico tra l’effervescenza produttiva di un fervida immaginazione e la quiete contemplativa di una raffinata analisi estetica – proprio in questo stato d’animo di intenso contrasto esistenziale, in questa sorta di antinomia tra pensiero razionale e fantasia, prende l’ispirazione e la forza per le sue opere. Il pittore, effettivamente, sembra essere travolto dalla passione creativa attraverso la quale “la vita imita l’arte molto di più di quanto l’arte imiti la vita”; in questo senso le sue “Icone Pop” sono recuperate, acquisite dalla realtà quotidiana, dagli scarti del consumismo comune. Con questi poveri mezzi, riscattati dal pensiero razionale, realizza un’autentica denuncia del cosiddetto voluttuario-contemporaneo; e tramite la fantasia dona una nuova vita – completamente indipendente – agli oggetti . Egli da tanto simbolismo popolare sa trarre immagini di vigorosa espressività: zoomorfi o antropomorfi “monumenti” calati in ambientazioni rarefatte e colorate, vicine a certe suggestioni oniriche del grande surrealista Max Ernst. Immagini dalle quali anche un originale umore “patafisico” sembra emergere. Soprattutto una forte ironia ed una estetica del “ridicolo” sembra accarezzare le nuove “bellezze” animali. Animale come doppio interiore dell’individuo contemporaneo sorpreso nella sua compiaciuta e deforme eleganza: l’eleganza del toro, del merlo, dell’uomo solo. Icone liriche e popolari che si aggirano in un panorama infuocato dalla lotta esistenziale; un mondo sempre più caldo, bruciato, destinato fatalmente a scomparire prima ancora di essere a tutti noto. Una espressione artistica che ripropone con originalità e vigore il nucleo fondante delle tematiche letterarie di Jarry. La deformazione della sagoma, la disarmonia, l’incongruenza fisica e ambientale, rappresentano reali caratteristiche non di un altro universo bensì del nostro quotidiano, visto con occhi diversi, capaci di superare l’estetica comune e di dare valore anche all’imperfezione cogliendo l’essenza senza aggiustamenti; una sorta di “verginità” del nostro ambito vitale tramite l’esaltazione dell’intimo squilibrio. In affinità con quanto Mario Persico (rettore dell’Istituto Patafisico partenopeo) ammetteva in una interessante intervista del 2007: “Io cerco di produrre qualcosa di incongruente, perché l’incongruenza non è assorbibile, è la molotov di qualunque sistema. L’idea del fallimento come ragione immaginifica, poetica, è importante; perché fallire in questa società significa stare dall’altra parte, non accettare compromessi”.

Per di più, la straordinaria metamorfosi della lattina/animale, dell’uomo/barattolo – che Mauro Rea compie – rivitalizza anche l’immaginario tardo-ottocentesco della “Donna Sfinge” realizzata, come paradigma, da un Gustave Moreau lontano dalle gelide stilizzazioni della pittura accademica. E, quindi, con il ritorno all’immaginazione, alla trasformazione morfologica, alla fantasia controllata, anche il nostro artista si consegna ad una sorta di neo-simbolismo. La sua è una dimensione visionaria, libera, senza ossessioni, quasi epifanica di un mondo migliore e, parallelamente, modello di elegiaca solennità. Mentre, l’aspetto puramente pittorico del suo lavoro affonda le radici nel substrato informale di collaudato esercizio, mediante l’uso di pigmenti corruschi, stratificati sulla tradizionale superficie-quadro, a realizzare preziosismi cromatici di cui Rea ci dà prova da sempre.

La nuova vita dell’oggetto recuperato e utilizzato diversamente da se, conquista nuovi spazi poetici e rinnovate emozioni. Una specie di riabilitazione dell’umile prodotto d’uso. In questo ambito, l’irrefrenabile creatività, l’invenzione, il gioco costituiscono gli elementi essenziali dell’artista di cui stiamo trattando a conferma che: l’arte è un gioco che si fa seriamente. E, coerentemente, possiamo accettare per Rea ciò che scrive E. Jona nel “Celeste Scolaro”: “Il gioco, giocato bene, è facile, rapido, interessante, dimentichi il tempo, le ore, e vai lontano, lontano dove non si va mai, neppure da morti”.

Rea
Icone Pop

Da quanto si è detto e considerato il nostro pittore delle “Icone Pop” e del “Nuovo Simbolismo”, rappresenta, senza dubbio alcuno, un autentico outsider del sistema dell’arte; un irrefrenabile esploratore delle potenzialità espressive oltre ogni confine accademico; e incarna l’artista colto e sensibile che, superata per curiosità e fantasia la frontiera della “scuola”, rientra per qualità e talento nella “storia dell’arte”.