Mia savia e amorosissima donna, di Francesco Paolo Maulucci – Storia inedita delle finanze leopardiane

Francesco Paolo Maulucci, già funzionario del Ministero dei Beni Culturali  e Direttore Didattico degli Scavi di Pompei , è nato ad Accadia, in provincia di Foggia.  Ha lavorato  a Napoli, come Archivista di Stato nei Beni Culturali. L’esperienza napoletana lo appassionò al lavoro d’archivio, che lo condusse a Macerata, dove condusse una ricerca “matta e disperatissima” nelle carte di Casa Leopardi, depositate nell’Archivio  Notarile di Recanati. Il ritrovamento di un testamento gli hanno permesso di ricostruire passo dopo passo la “caduta e la ricostruzione finanziaria” di quella famiglia e di svelare la ragione vera di un tracollo economico, sventato in tempo da quella “savia et amorosissima donna”, che fu Adelaide Antici.

(Busta contenente un codicillo di Sebastiano Sanchini, affidato al notaio Placido Conti, il 30 giugno 1818, in Palazzo Leopardi a Recanati. Su di essa firmarono, quali testimoni, Monaldo Carlo e Giacomo Leopardi. Il suo ritrovamento, nel settembre 1979, diede inizio alla ricerca di Francesco Paolo Maulucci)

Passi scelti, tratti da “Mia savia e amorosissima donna”, di Francesco Paolo Maulucci:

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Neppure nei riguardi del Fisco il Monaldo potè essere abbastanza solerte ed avere quindi la coscienza tranquilla se il 5 marzo 1799, trovandosi con l’acqua alla gola, cioè « in positivo bisogno di denaro — come dice l’Atto stipulato dal notaio Giuseppe Antonio Marini — per pagare la contribuzione impostagli dalla Romana Repubblica », ricorse ad un prestito di 570 scudi, accendendo un annuo perpetuo ma redimibil Censo di scudi 47 e bajocchi 70 in favore di Filippo Polzoni sopra un terreno (e sul suo fruttato) posto in contrada « Bagnolo », terreno che circa tre mesi dopo fu ulteriormente gravato di Censo (scudi 15 e bajocchi 60) per un ulteriore prestito di scudi 194 e bajocchi 75 accordatogli dallo stesso Polzoni e per la medesima imposizione fiscale della Romana Repubblica, non ancora completamente soddisfatta. Passarono soltanto tre mesi ed il Monaldo contraeva nuovo debito col sacerdote Don Giuseppe Togni di Jesi sotto duplice forma: per ima somma di scudi 165 e bajocchi 40 imponeva un Censo suUa rendita di un terreno situato in territorio di Castel Fidardo in contrada il « Giardino », confinante con i beni del monastero di San Benedetto; mentre per im’altra somma di scudi 300 assegnava allo stesso sacerdote, con titolo di Donazione irrevocabile, un censo improprio vitalizio di scudi 30 imposto su im altro terreno del Monaldo anch’esso in territorio di Castel Fidardo in contrada « li Monticelli ».
Passarono ancora tre anni circa dalla stipulazione di questo Atto per chiudere definitivamente la « partita », per così dire, con la dote della sorella, ed altri tre per iniziare finalmente sotto la guida economica di Adelaide la « risalita », tanto più difficile se si pensa che, proprio all’inizo di essa, il Monaldo per far valere le sue ragioni a proposito di due cambiali di scudi 500 ciascuna, girategli in suo favore dal sig. Giovanni Cupis di Fano e negategli dal debitore, fu costretto a protestarle nel tribunale del Consolato di Ancona.

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“rammendo ai primogeniti medesimi di non andare in cerca di doti pingui nè di troppo alti cognomi, …ma di maritarsi con signore del proprio grado, buone, mansuete, divote e di fortune scarse piuttosto che abbondanti… ». Evidentemente la vita lo aveva « maturato » se si pensa che egli stesso aveva lasciato cadere un matrimonio, come detto innanzi, perchè il padre della sposa non aveva potuto mantenere le promesse di una buona dote.
E continuando ancora con lo stesso tono: « Così si è fatto sempre nella nostra famiglia, ed è venuto bene con l’aiuto di Dio. Molte donne di poca dote hanno governato saggiamente e rimesso le loro case e molte famiglie si sono rovinate per aver ricevuto gran doti ». E qui l’allusione ad Adelaide non è per nulla celata, anzi Monaldo coglie l’occasione per ribadire che sarà lei, fin quando sarà viva, « libera ed assoluta amministratrice di tutto ».
Di estrema importanza diventa a questo punto, per le istituzioni culturali di Recanati, l’articolo 38: « Ora — scrive il Leopardi — avendo già provveduto alla buona sistemazione della mia famiglia e posterità nel modo che mi è sembrato piìi conveniente e più saggio, voglio ancora provvedere .alla conservazione e buon uso della mia biblioteca la quale ho raccolto con grandi cure e dispendi, non solo per vantaggio e comodo dei miei discendenti, ma ancora per utile e bene dei miei concittadini Recanatesi. Pertanto la mia bibloteca suddetta la quale oggi è numerosa di quattordicimila volumi all’incirca fra grandi e piccoli sarà perpetuamente un capitale e una proprietà del mio Fidecommesso primogeniale, ma alla conservazione di essa avranno diritto di sorvegliare discretamente il Comune e il Capitolo di Recanati. Non potrà mai venire rimossa dalla camera che occupa presentemente. I primogeniti protempore dovrarmo aprirla di quando in quando al comodo pubblico dei cittadini secondo la loro prudenza ed arbitrio.

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Oggi che siamo alli 14 di settembre dell’anno 1840 volendo fra poco consegnare il presente testamento negli atti di vm notaro, lo approvo e confermo in tutte le sue parti, ed anzi per maggiore cautela e validità qui di bel nuovo dichiaro qualmente ho istituito e istituisco miei eredi universali nella proprietà il mio diletto figlio Pier Francesco Xaverio e li suoi discendenti nel modo e coi gravami di sopra specificati salvo l’usufrutto assegnato alla mia figlia Paolina, e la quota nella quale ho istituito il mio figlio Carlo, e salvo pure tutto ciò che ho ordinato e disposto nel testamento medesimo, il quale con l’atto presente voglio che sia e si abbia per un solo e medesimo atto.
Monaldo Leopardi

Francesco Paolo Maulucci

Mia savia et amorosissima donna

Carcavallo Editore, Napoli