SCIENZE – Tutela dell’ambiente: prevenire le pandemie

di Francesco Suman

L’Organizzazione mondiali della sanità aveva previsto l’arrivo della malattia X.

In un recente articolo del New York, Peter Daszak, tra i membri del comitato Oms, ha ricordato le caratteristiche che la malattia X avrebbe dovuto avere: si sarebbe dovuto trattare di un virus trasferito dagli animali all’uomo, in una zona del pianeta in cui le interazioni con la fauna selvatica sono frequenti.

Inizialmente sarebbe stata confusa con altre malattie, come un’influenza, salvo poi rivelarsi più pericolosa per la salute individuale o per la società.

Si sarebbe diffusa rapidamente, sfruttando lo spostamento delle persone e i commerci; avrebbe messo in crisi i mercati finanziari prima ancora di diventare una pandemia.

 

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) rilascia ogni anno un rapporto sulle malattie per cui sono prioritari investimenti in ricerca e sviluppo in quanto potenziali cause di emergenze sanitarie globali.

A febbraio 2018, alla lista contenente la febbre emorragica Congo-Crimea, Ebola, Mers e Sars, la febbre Lassa, Nipah, la febbre della Rift Valley e Zika, è stata aggiunta una voce titolata malattia X, non ancora registrata, ma la cui probabilità di comparsa andava aumentando.

In un recente articolo del New York, Peter Daszak, tra i membri del comitato Oms che ha stilato quella lista, ha ricordato le caratteristiche che la malattia X avrebbe dovuto avere: si sarebbe dovuto trattare di un virus trasferito dagli animali all’uomo, in una zona del pianeta in cui le interazioni con la fauna selvatica sono frequenti.

Inizialmente sarebbe stata confusa con altre malattie, come un’influenza, salvo poi rivelarsi più pericolosa per la salute individuale o per la società.

Si sarebbe diffusa rapidamente, sfruttando lo spostamento delle persone e i commerci; avrebbe messo in crisi i mercati finanziari prima ancora di diventare una pandemia.

Il coronavirus Sars-CoV-2 risponde alla perfezione all’identikit delineato 2 anni fa dai virologi ed epidemiologi dell’Oms.

Come tanti piccoli granelli di sabbia, il virus si è insinuato tra gli ingranaggi di un capitalismo just in time: ha inceppato un sistema produttivo tanto complesso quanto fragile, ha anestetizzato la domanda di consumi, ha mandato in tilt gli algoritmi della finanza che, non essendo programmati per tener conto di una pandemia, alla prima frenata hanno automaticamente iniziato a vendere, facendo crollare le borse.

Da un giorno all’altro abbiamo scoperto che il nostro mondo globalizzato, colossale impianto per dimensioni e connessioni, ha in un essere minuscolo il suo più acerrimo nemico.

L’uomo del nuovo millennio si era illuso di aver definitivamente debellato le minacce epidemiche che hanno segnato la sua storia, recente e remota.

Il nuovo coronavirus è stato definito un cigno nero, una tempesta perfetta, inattesa e devastante.

Eppure, la diffusione di un virus che attacca l’uomo e le sue attività non solo non è un evento inatteso, come testimonia il rapporto dell’Oms, ma addirittura è una conseguenza prevedibile dell’incontrollata espansione antropica.

A ribadirlo e denunciarlo è un articolo pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) da un gruppo internazionale di ricercatori capeggiato da Moreno Di Marco, ecologo del dipartimento di biologia e biotecnologia dell’università La Sapienza di Roma.

Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (Emerging infectious diseases Eid), e pressoché la totalità delle più recenti, ha origine dalla ravvicinata convivenza tra umani e animali selvatici o domestici. Dei 1400 patogeni umani già conosciuti (tra batteri, parassiti, funghi, virus e protozoi), 860 sono di natura zoonosica, ovvero di origine animale: circa il 60%.

Come riporta un articolo su Nature Commucations firmato dal gruppo di Daszak, la comparsa di zoonosi è tanto più probabile quanto maggiore è l’alterazione antropogenica dell’ambiente naturale come la deforestazione, l’espansione di terreni a uso agricolo, l’intensificazione dell’allevamento, della caccia e del commercio illegale di specie selvatiche.

La frammentazione degli habitat porta al declino dell’abbondanza e della diversità di specie animali che fungono da naturale serbatoio dei patogeni.

Distruggendo questi serbatoi si ha lo spillover, ormai celebre titolo del libro di David Quammen del 2012, che letteralmente significa “riversamento” e che sta a indicare il salto di specie da un animale a un altro di cui il virus ha maggiore disponibilità: l’uomo.

Proprio l’autore di Spillover nel suo libro sosteneva che finita una pandemia, occorre immediatamente pensare alla successiva, per prevenirne gli effetti catastrofici.

La malattia di Nipah, una encefalite con occasionali sintomi respiratori, ad esempio è comparsa nel 1998 in Malesia, dove gli allevamenti di suini si erano spinti al limitare delle foreste tropicali dove vive il pipistrello della frutta.

Anche la Sars (Cina, 2003) e l’Ebola (Africa occidentale, a più ondate) hanno avuto origine da pipistrelli che venivano cacciati o che abitavano regioni sottoposte a intenso sviluppo antropico.

Abbiamo già avuto prova di quanto l’impatto economico di epidemie in regioni geografiche limitate possa essere devastante.

La Sars del 2003 causata anch’essa da un coronavirus, l’influenza suina del 2009 provocata da una variante del virus H1N1, l’Ebola che ha colpito l’Africa occidentale dal 2013 al 2016 sono costate ciascuna più di 10 miliardi di dollari.

A fine febbraio le stime dell’impatto economico del nuovo coronavirus superavano già i 150 miliardi di dollari.

Di Marco e i coautori dell’articolo su Pnas denunciano che sebbene le tecnologie e gli strumenti di monitoraggio delle malattie con rischio pandemico si stiano sviluppando velocemente, le politiche globali di gestione del rischio sono ancora troppo incentrate sulla reazione (ricostruzione della catena epidemica, sviluppo di farmaci e vaccini per patogeni già noti) e troppo poco sulla prevenzione.

Gli autori parlano di veri e propri punti ciechi (blind spots) della politica. Questi punti ciechi non solo vanno affrontati: conviene affrontarli. Non solo per salvaguardare la salute, ma per far sì che gli obiettivi di sviluppo sostenibile vengano realizzati.

(da Il Bo Live, Università di Padova)