L’Italia che cambia. C’era una volta il comandante della sala da ballo

(Sala Petrella, da sinistra, il fisarmonicista Antonio Giacobbe, Carmine Granato, finto clarinettista, Giuseppe Benedetto, alla batteria, Giuseppe Rinaldi al sax e Rocco Bellino, alla tromba)

Non più di sessantuno anni fa, a Sant’Agata di Puglia, a 795 s.l.m. in provincia di Foggia, esisteva una figura, detta “comandante della sala da ballo”.

Il “teatro”, in cui operava il comandante, era l’unica sala da ballo esistente in paese, usata in occasione dei matrimoni: la sala Petrella, in Via Barbarito, se la memoria non mi inganna.

Dopo la celebrazione del matrimonio, in chiesa, il corteo  nuziale, procedendo a piedi, raggiungeva la sala da ballo, dove l’orchestrina, composta da almeno  cinque musicisti, era già pronta e accoglieva gli sposi e il corteo, suonando  o una famosa  marcia nuziale o un motivo molto noto e popolare.

Prima di entrare in sala, tutti gli invitati ricevevano il “cartoccio”, una elegante borsetta di elegante carta, nella quale, tra l’altro si trovavano dei confetti e dei dolcetti della sposa, fatti di pan di spagna coperti di glassa di zucchero:  squisiti, indimenticabili e ancora oggi in vendita in pasticceria.

La sala da ballo era un rettangolo di almeno 65 metri quadrati:  l’orchestrina, si piazzava su un palco, e  occupava la parete di fondo, che ha due ampi balconi; a metà della parete di sinistra, entrando, era collocato un divano, riservato agli sposi; le pareti ospitavano uno o due ordini di sedie, a disposizione degli invitati.

Gli sposi aprivano le danze, presto imitati e accompagnati di testimoni, quindi dai parenti e dagli invitati, che potevano ballare liberamente.

La notizia del matrimonio del giorno presto faceva il giro del paese e parecchi giovani, pur non espressamente invitati, si presentavano in sala da ballo, intasandone la porta di entrata, sotto l’occhio vigile del “comandante della sala da ballo”, sperando nella concessione di almeno un ballo.

Spesso, tra chi aspettava di potere ballare, si trovava il fidanzato  clandestino di qualche fanciulla, che sedeva accanto ai genitori in sala.

Dopo reiterate preghiere, finalmente, il comandante di sala, a suo insindacabile giudizio, concedeva un ballo a qualche baldo giovanotto.

Non di rado, c’erano tensioni e discussioni tra i giovani, che chiedevano di potere ballare e il comandante, che, a volte, favoriva qualche amico o si sentiva troppo investito della parte.

Mi è capitato anche di vedere delle amicizie andate in frantumi per un mancato ballo con la morosa clandestina.

La necessità di avere un comandante di sala era dettata solamente dalla mancanza di spazio: di regola, dai matrimoni non si mandava via nessuno, anche se non invitato.

A latere, tra i fondatori  di orchestrine,che allietavano le feste, mi piace ricordare il mio compianto amico Giuseppe Rinaldi, figlio di violinista, pittore di buon livello, sassofonista e clarinettista di valore  assoluto.

Giuseppe ci teneva a raccontare che Cinico Angelini lo avrebbe assunto nell’orchestra della Rai e del festival di Sanremo, se non avesse dovuto indossare degli occhiali dalle lenti troppo spesse.

Carmine Granato