Scena da ballo di nozze: la pezza

 

Ancora nei primi anni Sessanta del  secolo breve, nel bel mezzo del ballo nuziale, mentre tutti ballavano, bevevano qualche liquore, spesso preparato in casa e servito da qualche parente degli sposi in bicchierini da rosolio, il comandante di sala chiedeva un attimo di attenzione e ordinava perentorio:

” E ora preparatevi per la pezza !!”.

Per le mie conoscenze di bambino la pezza era un piccolo pezzo di stoffa di poco conto.

La prima volta che sentii nominarla, mi chiesi cosa si potesse fare in un ballo di nozze con una pezza.

Tuttora mi chiedo – invano – quale sia il significato di quella parola usata in quel contesto; oggi direi che la pezza era il bancomat degli sposi.

Dopo qualche minuto, nella sala gli invitati si disponevano in cerchio e l’orchestrina cominciava a suonare un motivetto ballabile anche da una statua da gipsoteca.

La sposa, che spesso indossava un velo ampio, preparato per accogliere molte “pezze”, che, forse, erano le banconote, e si preparava al giro di ballo con l’offerente di turno.

In questo caso, le danze le apriva un anziano facoltoso, spesso un nonno, che, spillata una banconota al velo della sposa, la invitava ad un giro di ballo.

Il nonno, che per l’occasione indossava il “vestito buono”, veniva imitato da parenti amici e conoscenti, che spillavano al velo anche banconote di dimensioni notevoli, per ben figurare.

Ricordo plasticamente una pezza, nella quale la sposa appariva letteralmente coperta di “banconote/lenzuolo”, le 10 mila lire dell’epoca, ma soprattutto di dollari americani, perché al matrimonio erano intervenuti molti “zii d’America”.

Io ero un esperto di dollari, perché uno zio d’America, ogni tanto, mi spediva qualche dollaro, che andavo a cambiare in posta, ricevendo in cambio  625 lire italiane da Maria, una simpatica signora, sempre ben vestita e pettinata, che era entrata alle poste durante la guerra perché gli uomini erano tutti al fronte ed era stata assunta in pianta stabile.

Ad un  matrimonio, ricco di “pezze americane”, tentai anche un conteggio di quante lire avesse “guadagnato” la sposa, ma non ci riuscii perché la sposa ballava continuamente.

Naturalmente, intorno alla sposa c’era un “servizio di vigilanza”, tanto discreto quanto efficace, perché qualcuno avrebbe potuto sottrarre qualche banconota dal velo della sposa, approfittando dell’assembramento, non ancora proibito.

A  volte la pezza durava anche un’ora e i giovani, interessati ad un altro tipo di “pezza da ballo” davano segni di impazienza.

Finita la pezza, riprendevano le danze, mentre la sposa, ben scortata, si assentava dalla sala da ballo  e raggiungeva un salotto, riservato agli sposi, per la “spoliazione” dalle “pezze” e per il conteggio e la custodia del ricavato della pezza.

Nei discorsi delle donne – e non solo – di Sant’Agata di Puglia, non era raro una confronto tra le “pezze” dei matrimoni più o meno facoltosi.

Anche “la pezza”, spesso artatamente gonfiata, era motivo di vanto.

 

Carmine Granato