Che fine hanno fatto i bambini

(nella foto, Annalisa Cuzzocrea)

Che fine hanno fatto i bambini, il libro di Annalisa Cuzzocrea, esce mentre il governo italiano, presieduto da Mario Draghi, sta preparando i progetti che si spera siano finanziati dall’Unione europea.

Chi sta preparando quei progetti ne tenga conto.

Il libro è adatto a genitori, educatori, insegnanti e, come si scriveva una volta per i film edificanti, “è per tutti”.

A noi di articolonove.it piace sottolineare che i diritti, di cui i bambini reclamano il rispetto, non devono essere frutto di generose elargizioni della politica, ma sono previsti dalla nostra Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio del 1948.

di Carmine Granato

 

 

Quando ero bambino sentivo dire da mia madre, Michela: “La noncuranza è il peggior  disprezzo”. Naturalmente, non ne capivo il significato. Da liceale mi sono imbattuto nella famosa terzina dantesca, dedicata agli ignavi, nel terzo Canto dell’Inferno:

«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa»

E già mi sono orientato meglio.

Leggendo il libro reportage, saggio e diario di un viaggio alla scoperta del mondo delle bambine e dei bambini, scritto da Annalisa Cuzzocrea e intitolato “Che fine hanno fatto i bambini“, edito da Piemme, ho capito bene il senso della “noncuranza”, che colpevolmente  una parte della società e delle istituzioni riservano ai bambini.

Eppure, in Italia, della retorica sui bambini siamo pieni, mentre, pur viziandoli e iperproteggendoli, non tantissimi sono gli adulti che provano a che vedere quale spazio occupano, a leggere ciò che scrivono, a preoccuparsi del loro futuro.

Le città non sono certamente progettate, tenendo presenti le esigenze dei bambini, ma le televisioni li usano come attori per pubblicizzare ogni genere di prodotti.

Annalisa Cuzzocrea ha cominciato a porsi delle domande durante il primo lockdown, o isolamento, impostoci un anno fa a causa della diffusione pandemica del Covid-19.

Nel saggio, l’autrice usa spessissimo il termine lockdown e non lo traduce mai, se ben ricordo, mentre scrive solamente due volte la parola Costituzione.

La parola lockdown, forse, la ritiene ormai acquisita nella lingua italiana, parlata e scritta, mentre, forse, la Costituzione  la considera come riferimento implicitamente scontato.

Per scrivere questo libro, la giornalista ha incontrato moltissime persone di cultura, esperte in vari settori del sapere e profondi conoscitori della società italiana ed ha viaggiato parecchio, per documentarsi scrupolosamente.

Tra gli altri ha interpellato  intellettuali come: Chiara Saraceno, Luigi Manconi, Matteo Lancini, Alessandro Rosina e le scrittrici Annalena Benini e Nadia Terranova.

Da uomo di scuola, mi sono soffermato, ho cercato e ho trovato nel libro una risposta all’affermazione: «Ho concepito queste pagine come un’inchiesta sul perché oggi bambini e ragazzi sono, per la società, invisibili. Perché l’unico posto ìn cui trovano cittadinanza rimane la scuola e, quando questa viene meno, intorno ci sia il deserto. Anche se, talvolta, nemmeno all’interno della scuola i più piccoli e le più piccole trovino davvero ascolto e attenzione e, come spiega beneRachele Furfaro-presidente di Foqus e fondatrice delle scuole «Dalla parte dei bambini».

Anche molti genitori non sanno più come raccapezzarsi, perché, pur iperinvestendo narcisistìcamente sui figli, come afferma Matteo Lancini, non riescono a capire i loro bisogni né, soprattutto, a identificarsi con loro.

Del libro di Cuzzocrea mi ha colpito molto il capitolo 17, intitolato “Dimenticàti”.

I dimenticati sono i bambini carcerati, perché “condannati” a vivere in carcere insieme con le loro mamme carcerate:

“Antonietta lavora a Rebibbia dal 1984. La collega che è con lei il giorno in cui vado in visita, Elisabetta, dal 1988. Hanno contratti da libere professioniste, ma appartengono a questo posto buio da oltre trent’anni. I bambini girano loro intorno, giocano con le chiavi nel loro ufficio, si avvicinano con i libri in mano, si attaccano alle loro gambe.
Nel corridoio bianco ci sono murales alle pareti: Dumbo, Winnie the Pooh. Nella sala dove i piccoli mangiano e giocano c’è un enorme affresco ispirato a Il libro della giungla che ha dipinto proprio Elisabetta, con Mowgli sdraiato sulla pancia di Baloo. Con Bagheera, le liane, la libertà.

“Fino a febbraio-marzo noi avevamo undici bambini» mi raccontano Elisabetta e Antonietta. «Poi è cominciato il veto agli ingressi e, tra maggio e giugno, è rimasto soltanto Emir con sua madre. Era solo, ogni tanto giocava con un altro bimbo di colore del reparto Zeta, che però adesso è andato via.» Il reparto Zeta è attaccato alla sezione femminile ed è dedicato ai collaboratori di giustizia.

C’è un ex chiostro di suore, qui, ben tenuto. E c’è un giardino con lo scivolo, i giochini, le altalene, recintato da altissime sbarre blu cielo. Non sembra un carcere, ma è dentro il carcere. Tutt’intorno a Rebibbia corre un muro grigio con il filo spinato sopra. Agli angoli, le torrette con la vernice azzurra scrostata dal tempo.

«Adesso ci sono cinque madri e cinque bambini, ma in passato ne abbiamo avuti anche quaranta e quaranta» continuano il racconto. «Era più difficile, forse, ma meglio, molto meglio per loro. Perché è la solitudine che pesa più di tutto. Qui sono passate donne di qualsiasi provenienza: italiane, africane, turche, russe, sudamericane. C’erano le nomadi di una volta, con le gonnellone, non come queste ragazze in jeans. Abbiamo imparato tantissimo della loro cultura. Lo vedi Stefan? Vedi che capelli lunghi? Non ci permettono di tagliarglieli, dicono che porti sfortuna. Per i rom il taglio di capelli è simbolico. Ricordo una donna che se li tagliava da sola, qui dentro, per autopunirsi. E un’altra che era stata rasata dai parenti: lei in mezzo, su una sedia, loro tutt’intorno. Era la pena per un adulterio.»

“Si sono consumate tragedie, in queste stanze. C’è stata una madre tossicodipendente con due bambini sieropositivi, quando per la droga non era previsto il percorso specifico che esiste adesso. Uno dei piccoli è stato curato e si è negativizzato, l’altro è rimasto sieropositivo. Ne ebbe un terzo, ma è morto. Come la madre. Poi, c’è stato l’incubo del 2018. Quando una donna africana – estradata dalla Germania – poco dopo il suo arrivo uccise i figli, un maschio e una femmina, gettandoli dalle scale che dal reparto conducono al giardino. La piccola è morta sul colpo. La corsa disperata in ospedale non è riuscita a salvare il fratello.

Da allora è cambiata la responsabile del reparto e i controlli sono più serrati.”

Sul mio tavolo di lavoro cerco la Costituzione e leggo, all’articolo 27: “La responsabilità penale è personale”. Perché i bambini devono scontare una pena detentiva, che li segnerà per sempre, per colpa delle loro mamme?

Pare che per risolvere definitivamente il problema dei bambini carcerati, basti investire poco più di un milione di euro.  E’ proprio impossibile trovare una cifra del genere, per salvaguardare la giustizia e la salvezza psicofisica dei bambini ?

Da momento che l’Unione europea ha preparato il Next Generation Eu, Draghi vuole investire per  e sui giovani, Enrico Letta, nuovo segretario del Pd, concederebbe il voto ai sedicenni, l’unica via che resta per ricostruire la nostra società è partire dalle fondamenta: costruire un nuovo modo di fare scuola, un futuro per i giovani, prossima classe dirigente del nostro Paese. Lo chiedono la nostra coscienza, la nostra Costituzione e Annalisa Cuzzocrea. Nessuno dovrebbe dissentire.