Lettera aperta a Giuseppe Conte, avvocato, presidente del Consiglio dei ministri e mio “conterroneo”

Caro Presidente,

se le mie informazioni sono corrette, lei è nato a Volturara Appula e ha passato la sua infanzia a Candela, che è a 19,599  chilometri dal mio paese d’origine,  Sant’Agata di Puglia, in provincia di Foggia.

Pertanto possiamo considerarci “conterronei” ed entrambi sappiamo cosa voglia dire Puglia interna, lavoro duro, arretratezza, mancanza di strade, terre incolte, abbandono dell’artigianato, mancanza di istruzione moderna ed efficace, pubblica amministrazione soffocante e clientelare, assenza dello Stato.

Lei è il Presidente del consiglio che viene dal sud, come Aldo Moro e come tanti altri ministri e Presidenti della Repubblica, di ieri e di oggi e, forse, di domani.

Mi sono sempre chiesto perché, nonostante una presenza massiccia del Sud Italia ai vertici dello Stato e dell’alta burocrazia, il Meridione d’Italia non abbia avuto uno sviluppo, non dico uguale, ma almeno simile a quello che ha visto il Veneto passare  dalla pellagra alla sudata ricchezza.

Non ho scelto a caso il Veneto, dove mi sono laureato e dove ho insegnato nelle scuole superiori, a Padova.

Studiando  la storia e la geografia dell’emigrazione italiana nel mondo, il Veneto l’ho trovato sempre tra le regioni  “esportatrici” di persone, che cercavano fortuna all’estero.

Pensi che, nel 1882, ben 52 famiglie, cioè quasi l’intero paese, lasciarono  Segusino, in provincia di Treviso, per emigrare in Messico, dove il governo regalava qualche ettaro di terra, qualche animale e qualche soldo.

I Veneti si costituirono in comunità e crearono Chipilo, che oggi è una fiorente realtà economica e sociale.

Un mio amico medico mi ha fatto notare che queste imprese le può compiere un popolo che è abituato ad autogovernarsi: il Veneto si è autogovernato con la Repubblica Serenissima, mentre al sud è più facile elencare quali popoli non l’abbiamo sottomesso e governato, invece di elencare quelli che lo hanno sfruttato, come i Borbone.

 

L’emigrazione transoceanica veneta, di regola,  ha scelto, l’America del sud, mentre noi meridionali abbiamo sempre optato per gli Stati uniti d’America, per il Canada e anche per l’Australia.

Ricordo bene i documentari, proiettati nelle piazze dal sud Italia dai funzionari dell’Ambasciata australiana, in Italia.

Quei documentari mostravano un’Australia vergine e incontaminata.

Quei documentari affascinavano perché offrivano una grande opportunità a chi avesse voglia di lavorare.

Quei documentari mi hanno “rubato” un compagno di scuola, emigrato in Australia insieme con la sorella, sette fratelli e i suoi genitori.

Antonio, è questo il suo nome, dopo 12 anni è tornato in Italia per le vacanze estive, portando  con sé  un filmato della  grande azienda agricola di famiglia, che sorge là dove prima una foresta trascorreva felice le sue giornate.

Tornando al veneto, anche durante il Fascismo i veneti sono stati protagonisti delle bonifiche dell’Agro Pontino e della Maremma, in Toscana, come lei sa almeno come me.

Finita la parentesi del Ventennio, il Veneto ha sofferto moltissimo durante il periodo della Resistenza e , subito dopo, è diventata la “sacrestia d’Italia”, come qualcuno ha battezzato la scelta politica di quella regione di aderire alla Democrazia Cristiana, in percentuale alta,  dal 18 aprile 1948 fino agli albori degli anni Novanta.

Anche il secondo dopoguerra è stato caratterizzato da una grande emigrazione  dal Sud dell’Italia e dal Veneto.

Basti pensare all’emigrazione verso il Belgio, per estrarre carbone dalle sue miniere.

Il Belgio ci riporta alla mente la tragedia di Marcinelle,  dove morirono moltissimi lavoratori provenienti dall’Abruzzo.

La chiave di volta per capire la differenza  che esiste tra il Veneto e il Sud dell’Italia di oggi, risiede – probabilmente – nel comportamento di coloro che erano emigrati e di coloro che erano rimasti a casa.

Molti Veneti  tornarono a casa e iniziarono un’attività, investendo i loro risparmi, diventando ciò che erano i loro datori di lavoro all’estero e creando il famoso “modello veneto”, studiato in tutto il mondo.

Questa trasformazione del Veneto, da terra di emigrazione a terra di immigrazione, è dovuta al loro spirito imprenditoriale, che è stato agevolato da una classe dirigente, che, pur tra mille errori, ha creato condizioni ambientali favorevoli, nel senso più pregnante del termine.

Il Veneto e tutto il Triveneto sono stati agevolati fortemente anche dalla loro posizione geografica, a pochi chilometri dal cuore dell’Europa.

La maggior parte dei meridionali emigrati è rimasta all’estero o nelle regioni settentrionali, lavorando onestamente, affermandosi in vari settori dell’economia, della finanza, della Pubblica Amministrazione, delle libere professioni, della politica.

Queste valenti persone non hanno quasi mai pensato ad un ritorno in una “regione” carente di strutture, di infrastrutture, di un’alta e generalizzata diffusione dell’istruzione e della cultura e di una diffusa mentalità imprenditoriale.

Un direttore del fu Banco di Napoli, filiale di Padova, mi assicurava, qualche decennio fa,  che la maggior parte dei prestiti, che il Banco erogava ai veneti, erano costituiti dai risparmi provenienti dalle regioni del meridione d’Italia.

L’abbondanza dell’offerta di lavoro teneva lontani dalla scuola e dall’Università molti giovani veneti, ma presto il Veneto ha compreso l’alto valore dell’istruzione ed ha mandato tutti i figli a scuola e all’università.

Il Veneto di oggi, con le sue luci e con le sue ombre è quello che tutti conosciamo, anche nelle tragiche vicende di questa pandemia: una regione ricca e dinamica.

Anche del Sud di oggi, con le sue luci e con le sue ombre, sappiamo tutto, o quasi.

Con la differenza che il Sud si muove poco e, a tratti, si ferma.

Il Sud è anchilosato da mille mancanze di strutture, di infrastrutture e di opportunità.

Parte del Sud è bloccato dalla mancata presenza di qualche pezzo dello Stato italiano.

Signor Presidente Conte, lei ha una grande occasione, forse irripetibile, per chiudere la Questione Meridionale, attuando un Grande Piano Marshall per il Sud dell’Italia, coordinando e calibrando i prossimi investimenti italiani ed europei, in modo che il Sud dell’Italia decolli e che smetta, una volta per tutte, di essere il vagone di coda del “treno Italia”.

Il Sud ha bisogno di tante scuole, sicure, belle, colorate e varie.

L’agricoltura del  Sud merita incentivi e guida sicura e consapevole.

L’arte, la cultura, il paesaggio e i beni culturali, di cui siamo diffusori palesi e convinti noi di articolonove.it, che sta leggendo,  devono essere in cima ai suoi pensieri.

Sommessamente, ma fermamente, le ricordo che a  pochi chilometri da Candela, in territorio di Sant’Agata di Puglia, un Ponte Romano, sul quale transitava regolarmente il poeta Orazio, si sta sfarinando tra l’indifferenza generale.

Lei ha un vantaggio che nessun Presidente del Consiglio ha avuto, prima di oggi: non parte da zero, perché il sud ha molte splendide realtà culturali, economiche e scientifiche, e perché ha la possibilità di investire molto denaro per “risarcire” il Sud dell’Italia, che è stato sempre depredato impunemente, da tempo immemorabile.

Cordiali saluti,

Carmine Granato