Perché il premio Nobel per la pace a due giornalisti è importante

L’assegnazione del prestigioso premio per la pace a Dmitry Muratov, direttore di Novaya Gazeta in Russia, e a Maria Ressa, cofondatrice e direttrice di Rappler nelle Filippine, mette l’attenzione su una delle questioni fondamentali del nostro tempo, dice William Horsley, rappresentante dell’Associazione dei giornalisti europei per la libertà dei media.

Il comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il premio per la pace a Dmitry Muratov, direttore della Novaya Gazeta in Russia, e Maria Ressa, co-fondatrice e direttrice del giornale d’inchiesta online Rappler nelle Filippine, in riconoscimento della loro “coraggiosa lotta” per la libertà di espressione.

Questa scelta va ben al di là di una medaglia al valore e del premio di oltre un milione di dollari che comporta: concedendo loro questo straordinario onore, il Comitato del Nobel si rivolge alla coscienza del mondo e fa appello all’opinione pubblica sulla necessità di azioni urgenti per invertire quelle che definisce le “condizioni avverse” per la democrazia e la libertà di stampa oggi.

I premi possono aiutare la causa del giornalismo indipendente in modo pratico? Sì. Prima di tutto aumentando il costo, in termini politici,  per i governi repressivi che prendono di mira i giornalisti che sollevano critiche, mettendo a tacere il dissenso e nascondendo corruzione e abusi di potere. Il Comitato del Nobel ha parlato in nome del tribunale più potente del mondo, quello dell’opinione pubblica informata. I governi autocratici dovrebbero prestare attenzione.

Tragicamente, i giornalisti più coraggiosi troppo spesso diventano martiri della causa della libertà di stampa, come è successo ad Anna Politkovskaja, Jamal Khashoggi e Daphne Caruana Galizia. Il comitato del Nobel scegliendo Dmitry Muratov e Maria Ressa li rende, cito, “rappresentanti di tutti i giornalisti che si battono per questo ideale”, quello della libertà di espressione.

Questo premio riafferma il ruolo cruciale del giornalismo indipendente e di inchiesta  nel proteggere le società contro l’abuso di potere, le menzogne e la propaganda di guerra; manda un messaggio al mondo, sostenendo che la libertà di espressione e la libertà di informazione sono necessarie sia per salvaguardare la vita e il lavoro dei giornalisti, sia per assicurare quello che il Comitato del Nobel chiama “un pubblico informato”. Sono entrambe condizioni necessarie perché la democrazia sopravviva e fiorisca.

Questo premio, inoltre, è anche un avvertimento su una realtà molto più oscura: in diverse parti del mondo si sta sperimentando una “pandemia” di violenza che vuole imbavagliare i mezzi d’informazione.  È un processo ben noto: i governi, insieme a potenti interessi politici e commerciali, dominano, controllano o possiedono direttamente mezzi d’informazione influenti, e cercano di armare questo controllo per intimidire, criminalizzare e mettere a tacere i giornalisti indipendenti e le fonti di dissenso.

Sono tanti i giornalisti costretti a fuggire dai loro paesi o a lasciare la professione. Molti altri hanno ceduto alle pressioni – comprese le minacce e tangenti – accettando di lavorare per giornali che si autocensurano.

Ecco, quindi, un altro potente messaggio che dovrebbe essere ascoltato dalle dozzine di giornalisti russi che hanno accettato medaglie dal presidente Putin per aver aiutato e favorito l’annessione militare della Crimea; dagli eserciti di troll che prendono soldi dai dittatori per diffamare e minacciare i giornalisti come Maria Ressa; e dai funzionari pubblici, procuratori e giudici la cui complicità rende possibile quello che l’Unesco ha identificato come un pervasivo clima mondiale di impunità che protegge coloro che attaccano e uccidono i giornalisti.

E poi? Capire i pericoli e gli ostacoli che Maria Ressa e Dmitry Muratov devono affrontare nella loro lotta per la libertà di espressione è già vedere i che tipo di azioni devono essere intraprese con decisione dalla società civile, dalle organizzazioni di giornalisti, dalla comunità giuridica internazionale, e soprattutto dalle autorità statali.

Maria Ressa, nota a molti come la principale attivista contro la micidiale campagna antidroga del regime di Rodrigo Duterte, è stata il bersaglio di così tante accuse di diffamazione on line, e non solo, che se dovesse essere condannata si troverebbe di fronte a pene detentive per un totale di quasi 100 anni.

Allo stesso tempo, la campagna mondiale #HoldTheLine in suo sostegno ha fatto emergere le ingiustizie e le minacce che ha subito. Tutte le accuse inventate devono essere ritirate, e le figure di alto livello che hanno abusato delle loro posizioni per perseguire quei casi dovrebbero essere indagate e tenute per responsabili.


Questo premio è anche un avvertimento su una realtà molto più oscura: in diverse parti del mondo si sta sperimentando una “pandemia” di violenza che vuole imbavagliare i mezzi d’informazione


Dmitry Muratov ha risposto all’annuncio del suo premio dicendo che apparteneva ai sei giornalisti e collaboratori della Novaya Gazeta, compresa Anna Politkovskaja, che sono stati assassinati durante i suoi 28 anni come direttore del giornale.

Tre anni fa la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la Russia non aveva rispettato i suoi obblighi ai sensi della Convenzione europea dei diritti umani di condurre un’indagine efficace sull’assassinio di Anna Polikovskaja nel 2006. La Corte ha fatto notare che, nonostante diverse persone siano state condannate il processo era profondamente viziato e le autorità non erano riuscite a identificare i mandanti dell’omicidio.

La famiglia di Anna Politkovskaja aveva sostenuto il coinvolgimento di agenti dei servizi segreti russi o del governo ceceno. Un duro rapporto pubblicato nel 2020 dall’High Level Panel of Legal Experts on Media Freedom è giunto alla conclusione schiacciante che in tutto il mondo, nei casi in cui figure influenti sono sospettate in relazione all’uccisione di un giornalista, “interessi potenti” cercano regolarmente di bloccare l’indagine e il processo giudiziario.

Quel rapporto, scritto dall’avvocato per i diritti umani Nadim Houry, ha esortato la comunità internazionale a istituire nuovi meccanismi, tra cui una task force investigativa internazionale permanente, per rafforzare le indagini sugli attacchi ai giornalisti, sfidare le culture dell’impunità ovunque si radichino e trovare i responsabili.

Il Comitato del Nobel ha ora aggiunto la sua voce ai crescenti appelli delle agenzie delle Nazioni Unite e di altri per chiedere azioni decisive per proteggere i giornalisti e ridurre quella che possiamo chiamare una “pandemia di impunità”. L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2021 a due eccezionali campioni della libertà di stampa è giustificata, perché questa è davvero una delle questioni che definiscono il nostro tempo.