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Prova di forza della Corte tedesca sul QE. Lagarde: “La Bce rende conto al Parlamento Europeo”

di Andrea Gaiardoni

 

«Il verdetto a prima vista potrebbe risultare irritante», ha detto martedì scorso il presidente della Corte Costituzionale tedesca Andreas Voßkuhle prima della lettura della sentenza, la sua ultima, dopo 10 anni di incarico. Probabilmente ha sbagliato aggettivo: sarebbe stato più corretto definirlo “devastante”.

Perché quel verdetto scava una profonda crepa in uno dei pilastri portanti della comune Casa Europea.

Perché ha messo in dubbio la legittimità dell’operato della Bce in materia di Quantitative Easing (l’acquisto di titoli pubblici e privati degli stati membri per immettere nuovo denaro nell’economia dell’Unione Europea e tenere così sotto controllo l’inflazione).

E questo rappresenta un pericolo concettuale e politico ancor prima che tecnico: c’è in gioco l’autonomia, l’indipendenza, l’autorità sovranazionale della Banca Centrale Europea.

C’è in gioco l’autonomia, l’indipendenza, l’autorità sovranazionale della Banca Centrale Europea

C’è poi la critica esplicita rispetto alla decisione dei giudici della Corte di Giustizia Europea che nel 2018 stabilirono la legalità del QE deciso da Mario Draghi, ribattezzato “il bazooka” per la sua efficacia (secondo i giudici «La Corte Europea ha commesso un grossolano errore quando ha giudicato conforme ai trattati europei il programma di acquisto della Bce»).

C’è la determinazione di un tribunale nazionale che pretende di ergersi a controllore di un’istituzione europea come la Banca Centrale, di fatto senza rispettare quella “gerarchia” insita nel trattato di appartenenza all’Unione.

Perché la Corte di Karlsruhe, oltre a dare tre mesi di tempo alla Bce per spiegare le ragioni che hanno portato all’applicazione del Quantitative Easing (un ultimatum che non ha precedenti) ha anche chiesto al governo tedesco e al Parlamento di “vigilare più da vicino l’operato della Bce” e di fare “pressioni” affinché la Banca europea spieghi quali ragioni determinino le sue scelte.

Il Consiglio direttivo della Bce ha dunque tre mesi di tempo per “giustificare” ai giudici costituzionali tedeschi i dettagli tecnici dei suoi piani di acquisto.

E se queste spiegazioni non fossero sufficienti, la Bundesbank non sarebbe più autorizzata a prendere parte al Quantitative Easing e dovrebbe vendere i titoli pubblici acquistati in passato nell’ambito del piano.

Un gesto che non ha precedenti e che potrebbe avere esiti imprevedibili anche sull’attuale programma di acquisto titoli (il PEPP), un piano da 750 miliardi di euro avviato il 26 marzo scorso dall’attuale presidente Lagarde per fronteggiare la crisi dovuta alla pandemia. In attesa della risposta della Bce, l’azione della Bundesbank (per questi tre mesi) resta comunque congelata.

Gelide reazioni

La prima reazione della Bce è stata formale e stringata: poche righe di comunicato nel quale si “prende atto” della sentenza della Corte Costituzionale tedesca, ma ribadendo che “il Consiglio direttivo resta pienamente impegnato a fare tutto il necessario nell’ambito del suo mandato per garantire che l’inflazione raggiunga livelli coerenti con il suo obiettivo a medio termine” e sottolineando che “nel dicembre 2018 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la BCE agisce nel rispetto del suo mandato di stabilità dei prezzi”. La presidente Lagarde ha sottolineato l’indipendenza della Banca Centrale: «Siamo un’istituzione europea con competenze sull’Eurozona. Rendiamo conto al Parlamento europeo e ricadiamo sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea».

Siamo un’istituzione europea con competenze sull’Eurozona. Rendiamo conto al Parlamento europeo e ricadiamo sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea Christine Lagarde

Più esplicito, e infastidito, il premier italiano, Conte: «Il programma di acquisti era già stato approvato e ritenuto legittimo dalla Corte di Giustizia Europea. Non spetta a nessuna Corte costituzionale decidere cosa può fare la Bce, la cui indipendenza è il fulcro dei trattati europei, quindi riconosciuto anche dalla Germania. Giudico un fuor d’opera che una Corte nazionale, pur costituzionale, chieda alla Bce di giustificare la necessità degli acquisti. Non può interferire in queste iniziative». Durissima anche la reazione francese: «Criticare l’indipendenza della Bce e l’attenzione alla stabilità dei prezzi, i due pilastri della banca centrale, mi sembra non solo non necessario ma anche pericoloso», ha commentato Villeroy de Galhau, governatore della Banca Centrale Francese. Per il ministro all’Economia Le Maire «la sentenza non aiuta la stabilità».

In Germania la notizia è stata accolta con favore da parte dei partiti più conservatori, i rigoristi che mai hanno digerito la politica monetaria imposta da Draghi in favore del sostegno ai Paesi più deboli. Tra i quali la cancelliera tedesca Merkel: «L’Alta Corte ha mostrato chiaramente alla Bce i suoi confini», ha detto al gruppo parlamentare della Cdu. Ma non sono mancati commenti critici, come quello pubblicato da Der Spiegel, che la definisce “una manovra pericolosa”: «Chiedere un maggiore controllo della BCE da parte della politica tedesca è abbastanza presuntuoso se si considera che la zona euro è composta da 19 paesi. È anche un attacco all’indipendenza delle banche centrali. Ciò che resta è una sorta di prova di forza della Corte Costituzionale nei confronti della Bce che ora dovrebbe essere costretta a ribadire, per iscritto, gli ovvi effetti collaterali degli acquisti di obbligazioni». Del resto sono ben noti gli attriti, anche gli scontri che in passato hanno caratterizzato i rapporti tra Mario Draghi e il suo grande avversario, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, uno dei più feroci oppositori al QE, salvo poi, meno di un anno fa, tentare una frettolosa marcia indietro nella speranza (poi risultata vana) di poter concorrere alla presidenza della Bce. Le sue parole risalgono al giugno 2019: «La Corte di giustizia europea ha esaminato il Quantitative Easing e ha determinato che è legale. Aggiungo anzi che fa parte a pieno titolo dell’attuale politica monetaria. Naturalmente una Banca Centrale deve agire con decisione per scongiurare lo scenario peggiore, ma data la sua indipendenza, non dev’esserci alcun dubbio che agisce all’interno del suo mandato».

L’Alta Corte ha mostrato chiaramente alla Bce i suoi confini Angela Merkel

Il prezzo delle conseguenze

Appare comunque improbabile che la sentenza della Corte tedesca possa avere qualche effetto pratico sulla politica monetaria della Bce, sia quella passata sia quella attualmente in corso (che anzi, potrebbe essere aumentata). «Sono certo che un chiarimento avverrà in tempi rapidi e la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica, consentendo alla Bundesbank di continuare a partecipare al QE», ha dichiarato il ministro dell’Economia Gualtieri. Ma se anche nulla dovesse accadere nello specifico, resta il solco aperto, l’intromissione che potrebbe essere presa ad esempio da altri Paesi (Ungheria? Polonia?) che potrebbero sentirsi liberi di criticare le politiche monetarie, o di mettere in discussione le sentenze della Corte di Giustizia Europea. Il diritto interno può prevalere su quello europeo?

Non c’è dubbio che l’Europa sia oggi ancor più fragile nelle sue fondamenta. Da Karlsruhe è arrivato un colpo di straordinaria portata politica. Che anzitutto mette in enorme difficoltà la presidente della Bce Lagarde che ha davanti a sé un bivio: o la considera un’invasione di campo, e non risponde, oppure risponde (giustificando il ruolo di “controllo” dei giudici tedeschi) e apre la strada a ricorsi a pioggia. Peraltro con il rischio più che concreto che ogni decisione dell’istituto centrale possa essere messa in discussione. Ma in difficoltà è anche la presidente (tedesca) della Commissione, von der Leyen. Saranno mesi di frenetiche trattative, discussioni, mediazioni. Alla fine un equilibrio si troverà, seppur di facciata. Ma a carissimo prezzo, non soltanto d’immagine. Luis Garicano, liberale spagnolo, deputato al Parlamento Europeo, sostiene che la sentenza «rappresenta una minaccia per il futuro delle Istituzioni europee. L’Europa non può funzionare se le Corti Costituzionali nazionali decidono in modo unilaterale». Joachim Wieland, professore di diritto della University of Administrative Sciences, non usa giri di parole: «E’ una dichiarazione di guerra alla Corte di Giustizia Europea che avrà delle conseguenze. È un invito per altri paesi che potranno semplicemente ignorare le decisioni che non gradiscono. E questo, a lungo termine, potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo».

(da https://ilbolive.unipd.it/it/)