Ursula von der Leyen: il Parlamento attende fatti e non parole

 

Il Parlamento europeo ora chiede i fatti

Standing ovation alla fine del primo discorso di stato dell’Unione della Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen in una sessione plenaria del Parlamento Europeo a Bruxelles, Belgio.

16 settembre 2020. EPA-EFE/OLIVIER HOSLET

Il giorno dopo il discorso sullo Stato dell’Unione comincia il momento della verifica. Superati gli enfatici ed ampi gesti con cui la presidente della Commissione europea ha accompagnato le sue affermazioni, cariche di passione e carisma, rimangono le nude parole e le aspettative da esse generate. Rimangono anche il non-detto e le varie formule di mediazione o opposizione scelte con attenzione dalla presidente e dal suo staff nel pronunciare un discorso che è già nella storia.

Lo è non per la portata degli annunci, ma per il significato e la situazione politica in cui esso si colloca. Von der Leyen ha affermato che “l’Europa c’è”, che il suo organo esecutivo, la Commissione, ha una visione per il futuro dell’Unione. Affermata la sua esistenza, ne viene constatata anche la fragilità.

La fragilità di un’istituzione chiamata a governare la più grande crisi che abbia colpito il continente dai tempi della Seconda guerra mondiale, senza avere la piena facoltà di farlo. Von der Leyen ha “non-detto” di non avere la forza di guidare il processo di rinnovamento dell’Europa, ma ha potuto affermare la volontà di indirizzarlo. Il primo e più grande strumento per indirizzare tale processo consiste nel ruolo di mediazione che la Commissione deve giocare, anche perché unico organo dotato di iniziativa legislativa a livello Europeo.

Von der Leyen per combattere allora non può che riferirsi a quello che oggi sembra essere il suo principale alleato politico: il Parlamento europeo.

La presidente ha potuto lamentare i tagli dei programmi europei proposti dalla Commissione, ma ha dovuto ricordare che la battaglia per aumentarli deve combatterla il Parlamento.

Le reazioni politiche dello stesso evidenziano poi quanto anche l’assemblea di Bruxelles sia sempre più caratterizzata politicamente, e divisa in “maggioranza” e “minoranze”. Né l’una, né l’altra sono però monovoce. Le sfumature, le osservazioni e gli attacchi venuti dall’aula testimoniano un Parlamento vivo e combattivo.

Così tutte le forze politiche che sostengono Von der Leyen hanno sostenuto il quadro valoriale disegnato dalla presidente: rispetto dello stato di diritto, tutela delle minoranze, priorità alla sostenibilità ambientale e sociale, un netto rifiuto di odio e discriminazione. Proprio questa base valoriale e di principi fondanti del progetto europeo sembrano essere il vero punto politico su cui la Commissione ha costruito il suo consenso, raccogliendo attorno a sé Popolari, Socialisti, Verdi, Liberali e formazioni indipendenti come il Movimento 5 Stelle.

Proprio sulla questione valoriale è arrivato invece l’attacco principale da parte degli oppositori di estrema destra. Sia Identità e Democrazia (ID) che i Conservatori e Riformisti (ECR) hanno criticato il discorso, definendo l’atteggiamento della Presidente ideologico, parziale ed escludente.

Sembra insomma che uno dei primi effetti dello State of the Union sia stato quello di definire un nuovo crinale di distinzione politica in Europa. Una distinzione che ignora, per una volta, i confini nazionali, e che invece segue quelli dei principi attorno a cui rifondare il progetto europeo.

Ad essere criticate sono state, non a caso, le posizioni sulla gestione umana dei fenomeni migratori, le affermazioni sulle discriminazioni delle comunità LGBTI o sul riconoscimento dello status familiare in tutta Europa.

In merito alle proposte concrete avanzate invece dalla presidente Von der Leyen, si è riproposta la medesima divisione. Da una parte le famiglie europee politicamente vicine alla Commissione hanno espresso il proprio favore a molte delle proposte, magari evidenziando la necessità di ancora maggiore ambizione, in alcuni casi.

Ne sono un esempio l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030, fissato dalla Commissione al 55%, a fronte di gruppi come i Verdi o il Movimento 5 Stelle che chiedevano invece il 65%. Sulle questioni di giustizia sociale si sono invece espressi molto i Socialisti che sostengono la proposta di salario minimo, ma che si aspettano sforzi ulteriori, al pari del Ppe che ha affermato la necessità di concentrarsi affinché siano creati nuovi posti di lavoro, in modo da ricostruire la fiducia degli europei nell’Unione e di rinnovare dunque la credibilità dell’Unione stessa.

Proprio la credibilità è il punto di rottura con le opposizioni di destra e di sinistra, che hanno definito le proposte della Commissione generalmente non poco ambiziose, ma poco realistiche e credibili, appunto. La seconda linea di divisione politica emersa dal dibattito parlamentare, dopo quella sui valori europei, è dunque quella legata alla fiducia stessa nella capacità delle istituzioni europee di dare quelle efficaci risposte che servono di fronte alle sfide del nostro tempo.

Viene dunque sollevata una questione di legittimità che emerge di fronte alle questioni di politica estera, che hanno certamente rappresentato uno snodo chiave nel discorso della presidente.

La forza delle prese di posizione sulla Cina, sulla Turchia, contro la Russia e contro il regime bielorusso, è stata molto apprezzata dalle forze politiche del Parlamento e nessuno ne ha criticato l’ispirazione. Ecr, Id e la sinistra della Gue hanno invece criticato la credibilità delle affermazioni della Von der Leyen e l’efficacia della politica estera europea.

Non è un caso che proprio sulla questione si fonda una delle proposte di rinnovamento istituzionale dell’Ue avanzate dalla Von der Leyen, che ha rilanciato la proposta di superare il voto all’unanimità.

La fragilità europea a cui ha accennato la presidente della Commissione, tra le righe del suo discorso, è proprio riferita a questo aspetto.

Ad essere debole, come dimostrato dal dibattito parlamentare, non è la volontà politica o la capacità di avere una visione per il futuro, ma l’effettiva possibilità di implementare le proposte che emergono.

Non a caso, nello State of the Union, i riferimenti al principale punto politico-istituzionale in discussione a livello europeo, ovvero l’introduzione di nuove risorse proprie europee, è stato quasi del tutto assente. Assente è stata anche una chiara presa di posizione sulla Conferenza sul Futuro dell’Europa, proposta da tempo, spesso citata, ma ancora ben lontana dall’essere definita.

Tra gli eurodeputati di quella che si sta definendo “la maggioranza” è emersa proprio questa critica. Senza infatti le risorse economiche per realizzare le ambiziose proposte della Commissione, e senza risolvere le enormi aporie istituzionali che hanno spesso paralizzato il sistema decisionale e democratico dell’Unione, sarà allora molto difficile riuscire a controbattere a chi mette in questione la legittimità stessa dell’Unione e dei valori di cui essa, a livello globale, si fa portatrice.