Le donne nel diritto italiano: la difficile via della parità di genere

(nella foto, Donna laureata, a Padova)

 

Le donne nel diritto è il percorso bibliografico che in occasione dell’8 marzo abbiamo deciso di proporre per riflettere sulle questioni della parità di genere, quali la presenza delle donne nelle istituzioni, le politiche in favore delle pari opportunità, la cultura giuridica in tema di parità, la presenza femminile nel lavoro e nella società, le donne in carcere, la prevenzione della violenza di genere, il valore della differenza.

A che punto siamo?

Quanto gli interventi normativi riflettono una cultura diffusa o sono in grado di stimolare un pensiero diverso sul femminile?

Come si realizza un’eguaglianza sostanziale e quali sono i nodi fragili della nostra democrazia?

a cura della Redazione

 

Senza dubbio la nostra Costituzione, scritta da un’Assemblea dove per la prima volta siedono 21 donne, e le successive sentenze della Corte costituzionale hanno stimolato nel tempo un processo di emancipazione, riflettendo anche un cambiamento culturale della società.

La giurisprudenza costituzionale, nel corso degli anni ha toccato i principali ambiti di costruzione della parità di genere (accesso a uffici pubblici, famiglia, lavoro, rappresentanza), con pronunce relative alle specifiche norme di riferimento della Carta costituzionale, che hanno promosso una trasformazione sociale, pur esibendo anche momenti di resistenza al cambiamento.

Basti pensare alla nota sentenza n. 33 del 13 maggio 1960, che dichiarò parzialmente illegittimo l’articolo 7 della legge n. 1176 del 1919, nella parte in cui escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà.

A tale pronuncia seguì la legge 9 febbraio 1963, n. 66 grazie alla quale le donne italiane hanno finalmente potuto accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie senza limitazioni di mansioni e di svolgimento della carriera.

In precedenza, con la legge 27 dicembre 1956, n. 1441 alle donne era stato consentito accedere alla magistratura limitatamente alle funzioni di giudici popolari (ordinari o supplenti) e di componenti dei Tribunali dei minorenni.

Si pensi ancora, in ambito familiare, alla storica sentenza n. 126 del 19 dicembre 1968, con la quale la Corte dichiarò incostituzionale il primo e secondo comma dell’art. 559 c.p. (reato dell’adulterio semplice compiuto dalla moglie) e alla sentenza n. 147 del 3 dicembre 1969 con la quale fu dichiarata l’illegittimità dei commi terzo e quarto della medesima norma (reato di relazione adulterina della moglie) nonché dell’ articolo 560 c.p. (concubinato del marito); mentre in un primo tempo il Giudice costituzionale (con sentenza n. 64 del 1961) si era pronunciato per l’infondatezza della questione.

Importanti pronunce vi sono state anche in riferimento al diritto di cittadinanza: la sentenza n. 87 del 1975, stabilì che la donna poteva mantenere la cittadinanza italiana pur acquistando, per effetto del matrimonio con un cittadino straniero, la cittadinanza di quest’ultimo, salva la sua espressa volontà contraria e la sentenza n. 30 del 1983 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, n. 1, della legge 13 giugno 1912 n. 555 nella parte in cui non prevede che sia cittadino per nascita anche il figlio di madre cittadina.

Altre sentenze sono intervenute a tutela dell’interesse del minore, attraverso la piena realizzazione dei principi di uguaglianza sostanziale dei coniugi e la loro paritaria partecipazione alla sua cura ed assistenza (si vedano ad es. le sentenze: n. 341 del 1991; n. 179 del 1993; n. 385 del 2005).

Più di recente la Corte, con sentenza n. 286 del 2016, in conformità alla giurisprudenza CEDU (n.d.r. Corte Europea Diritti dell’Uomo), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che prevedevano l’attribuzione al figlio del solo cognome paterno, consentendo la possibilità di aggiungere anche il cognome materno; infine,con l’ordinanza n. 18 del 2021 la Corte ha sollevato dinanzi a sé la questione di legittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, del codice civile nella parte in cui, in mancanza di accordo dei genitori, impone l’acquisizione alla nascita del cognome paterno, anziché dei cognomi di entrambi.

Gli anni 2000 vedono una politica più incisiva, nella direzione indicata anche dall’UE dell’integrazione della dimensione di genere: gender mainstreaming. Sempre una sentenza della Consulta (n. 49 del 2003 ) ha aperto la strada alla modifica dell’art. 51 che introduce azioni positive da parte dello Stato per promuovere “pari opportunità” tra donne e uomini per l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.

Nella citata pronuncia la Corte, cambiando il proprio orientamento rispetto ad una precedente pronuncia (n. 422 del 1995), ha ritenuto conforme alle norme costituzionali la legislazione elettorale della Regione Valle d’Aosta – che prevedeva che le liste elettorali dovessero comprendere candidati di entrambi i sessi – valutando che tale previsione non incidesse in modo significativo sull’equilibrio della rappresentanza e ricordando che le norme impugnate dovevano essere interpretate anche in relazione all’intercorsa evoluzione del quadro di riferimento, che ormai considerava doverosa l’azione promozionale per la parità di accesso alle cariche elettive.

Con successiva sentenza in analoga materia (n. 4 del 2010) la Corte, confermando il proprio orientamento, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo relativa all’introduzione della cd. doppia preferenza di genere da parte della legge elettorale della Campania.

In esito alle citate pronunce e alla modifica dell’art 51 Cost, si è dato avvio ad una serie di interventi per la promozione delle pari opportunità dal Codice per le pari opportunità(decreto legislativo 11 aprile 2006, n.198) alla normativa sulle quote di genere: tra cui la legge n. 120 del 2011 che è intervenuta per imporre l’obbligo delle c.d “quote rosa”, al fine di garantire la presenza femminile negli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati; la legge n. 215 del 2012 che introduce disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali e la legge n. 165 del 2017, che ha previsto specifiche prescrizioni nella presentazione delle candidature volte a garantire l’equilibrio di genere nella rappresentanza politica.

L’importanza delle questioni relative alla parità di genere è oggetto anche della bozza di Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) trasmessa dal Governo al Parlamento il 15 gennaio 2021, per rilanciare lo sviluppo nazionale; la bozza indica il superamento delle diseguaglianze tra i sessi come una delle priorità trasversali perseguite in tutte le missioni che compongono il Piano.

Da ultimo si ricorda che i numerosi interventi normativi attuati negli ultimi vent’anni hanno creato un sistema avanzato di contrasto alla violenza domestica e di genere, se pure il fenomeno si manifesti ancora drammaticamente nel paese.

Oggi pare impossibile che solo con la legge n. 442 del 1981 siano stati abrogati in Italia: il c.d “delitto d’onore”, l’art. 587 c.p. che prevedeva una riduzione di pena nel caso in cui il delitto fosse commesso per difendere il proprio “onore” o quello della propria famiglia, in uno “stato d’ira” derivante da una relazione carnale illegittima da parte di moglie, figlia o sorella, e il c.d. “matrimonio riparatore”.

Un lungo cammino di contrasto alla violenza contro le donne è stato percorso: dalla legge di riforma dei reati contro la violenza sessuale nel 1996, l’ art. 544 c.p. che consentiva l’estinzione del reato per il colpevole di stupro che si rendesse disponibile a sposare la vittima  agli interventi normativi del 2001 e del 2009 dedicati ai maltrattamenti domestici e allo stalking.

Senza dimenticare il decreto legge n. 93 del 2013 sul femminicidio. Nel 2018 sono state introdotte norme in favore degli orfani per crimini domestici ed è recente l’introduzione del c.d “Codice Rosso” che modifica il codice penale e quello di procedura penale, rafforzando la tutela delle vittime dei reati di violenza di genere e domestica.

Bibliografia

(tratto da: www.giustizia.it)