Cartolina

di Cesira Sinibaldi 

Un giardino qualunque è lo sfondo di vicende umane vissute da gente comune che ha subíto gli eventi senza esserne mai stata protagonista.

Questa gente ha rappresentato, nel proprio anonimato, categorie di persone nel loro quotidiano divenire, che va da possibili modi di essere a possibili modi di possedere.

 

Da quando Alfonso l’aveva lasciata così presto stroncato da un malore improvviso, Camilla viveva da sola nella casa che si staccava un po’ dalle altre che davano sulla piazza principale del paese, per via del giardino che la circondava.

Era una donna dal fascino discreto, alta e asciutta; il viso ovale magro un po’ irregolare emanava una luce che lo rendeva attraente pur non essendo particolarmente bello; lo sguardo di una dolcezza così naturale infondeva un reale senso di benessere in chi la guardava. Usciva di rado, se non per passeggiare tra i vialetti ghiaiosi del giardino, da sola o in compagnia di qualche persona che veniva a visitarla.

Stava bene in quella casa, che era per lei la casa di sempre, ma che solo ora scopriva come sua, così adatta al suo carattere nello stile essenziale dei mobili e delle rare suppellettili, nelle ampie vetrate, nell’eleganza sobria d’ altri tempi.

Era sempre stata qui, salvo il periodo del collegio che non amava ricordare, nonostante la sua buona riuscita negli studi e la predilezione che mostravano verso di lei le sue istitutrici.

Era stata unica figlia di genitori un po’ avanti negli anni, ma non le era mancata la compagnia delle cugine, soprattutto di Clara, così diversa da lei nella sua esuberante allegria, ma così affine per delicatezza di modi. E poi c’era il cugino Francesco, fratello di Clara, più grande di loro, già studente universitario con la passione per gli aerei.

Quando lui arrivava in casa loro, il cuore di Camilla batteva forte e giocava a nascondersi in qualche angolo per celare agli altri il turbamento. Le piaceva provare da sola quella piccola grande emozione di quando il giovane, fingendo di cercare dappertutto, riusciva a trovarla per ridere, finalmente, insieme contenti.

Dalla primavera avanzata fino ai primi freddi, il giardino della casa era stato il mondo di Camilla, il suo micro-universo che si animava ogni giorno di voci, di speranze, di desideri, di timori adolescenziali che i giovani si confidavano, messaggi estranei ad altre persone e ad altri luoghi.

Nelle sere estive, quando era concesso ai più giovani di tornarvi ancora dopo cena, si raggruppavano tutti sotto il ciliegio, da dove giungevano ora voci confuse ora cori improvvisati riecheggianti le canzoni dei tabarins, ora lunghi silenzi intorno ad una voce sola narrante.

Nel gazebo le madri delle ragazze parlavano con voci sommesse del futuro delle figlie, cercando ciascuna di disegnarlo nei toni più rosei dei colori della vita, come antichi acquerelli da racchiudere in cornici d’oro.

Gli uomini solevano fermarsi sulle panchine vicino al cancello all’ingresso sovrastato da una rigogliosa bouganville, lontano da quei chiacchierii, per commentare i fatti che andavano cambiando il mondo, nonostante il pigro scorrere della vita nelle loro dimore di provincia. Discutevano dei recenti fatti della Germania nazista, di buona parte dell’Europa che si avviava a perdere i valori supremi della libertà e della democrazia, del pericolo imminente di una guerra, della gente infatuata che sognava sogni impossibili e di quella già schiacciata dai suoi stessi falsi ideali. I loro discorsi, come quelli di tutti gli uomini di allora, erano pieni di apparenti certezze, di malcelate contraddizioni, di paure nascoste.

Poi la notte cancellava ogni cosa e quando tutto sembrava addormentato, solo il giardino pareva continuare a vivere nei suoi intensi profumi delle notti estive, nelle orme lasciate dai passi sulla ghiaia, nei bicchieri vuoti poggiati sul tavolo di pietra bianca, nei sogni notturni delle ragazze e delle loro madri, così diversi tra loro pur nello stesso tema, nelle veglie di un uomo preoccupato che vi tornava a notte fonda alla ricerca di boccate d’aria fresca che risvegliassero in lui immagini di sicurezze perdute.

Anche Alfonso aveva fatto parte dello stesso scenario. Vi era entrato un pomeriggio di settembre assieme a suo padre, lontano cugino dei padroni di casa, i quali mostrarono subito di apprezzarlo.

Il giovane era appena tornato da Roma, dove si era laureato in scienze economiche e contava di avere un posto adeguato al suo titolo di studio in una delle banche della città vicina. Cosa che avvenne subito e senza difficoltà. Il giovane rivolse piano piano la sua attenzione verso Camilla, poco più che adolescente e intanto cercava di rendersi gradito ai genitori di lei, usando cortesie e riguardi che gli erano comunque propri. A sua volta Camilla lo scrutava come si scruta un compagno di viaggio di cui nulla si sa e nulla si riesce e immaginare.

Si ritrovò ad essere sua moglie all’età di diciotto anni e già all’età di venticinque era la vedova di lui.

Non avevano avuto figli. Dell’uomo le era rimasto un ricordo che seppure non poteva dirsi felice, era fatto di tenerezze mai conosciute prima.

Ancora nel giardino l’ultimo sguardo premuroso, l’ultima passeggiata nei vialetti sulla ghiaia scricchiolante sotto i loro passi, l’ultima buona notte sussurrata senza aggiungere altro che il posarsi del braccio dell’uomo sulla spalla di lei.

Ora Camilla è una giovane donna sola. Intorno a lei, come intorno a migliaia di altre donne e di altri uomini, foschi presagi per il futuro, l’addio definitivo e quelle poche certezze che andavano a scontrarsi con gli eventi che la Storia chiamerà poi violenze, umiliazioni, tradimenti, fame, guerra.

Perché la guerra era inevitabilmente scoppiata.

Anche questa, all’inizio, Camilla viveva in solitudine. I momenti di compagnia, che non riuscivano a negare comunque il suo stato di donna sola, erano essi stessi legati alla tristezza dei tempi che si vivevano. In certe ore della sera alcuni vicini si ritrovavano in casa sua per ascoltare in clandestinità radio Londra. Quando se ne andavano, parevano lasciare nella casa un così forte senso di smarrimento collettivo nel quale andava confluire, quasi naturalmente, quello che già era annidato nell’anima della donna, in una una sorta di benefico abbandono che alleggeriva un poco il suo peso.

Era, questo, l’assurdo paradosso che può verificarsi nei momenti tragici in cui le vicende umane dei popoli riescono a contenere e a comprimere le infinite singole storie dell’uomo e che fa del male collettivo l’anestesia del proprio profondo disagio esistenziale.

Questo doveva accadere a Camilla, giacché non riusciva ad aspettare altro se non l’appuntamento serale di chi veniva per l’ascolto del bollettino di guerra, in un crescendo di emozioni che mescolavano silenzi e parole, speranze e paure, disperazione ed euforia.

Poi, improvviso, mentre i giorni della guerra diventavano anch’essi routine per le persone rassegnate e impotenti di fronte a tutto quanto accadeva al di sopra di loro, l’annuncio del bombardamento.

Iniziò la corsa verso i casolari di campagna dopo aver sotterrato le cose più care in un angolo del giardino, dove la carità e l’ospitalità dei contadini che dividevano con gli sfollati pezzi di pane nero e minestre di fave si incontrava con la meschinità dei profittatori che scambiavano al mercato nero una manciata di farina bianca con un lenzuolo di lino ceduto da quelle stesse mani sudate che lo avevano tessuto e ricamato.

La liberazione. L’illusione della fine di tutto.

La violenza più crudele. Ancora.

Finalmente, il ritorno in paese, con la paura di non ritrovare persone e cose, con la paura forte e intima di non ritrovarsi con le proprie persone e con le proprie cose: la casa, che era apparsa a Camilla come un fantasma barcollante che le veniva incontro, il giardino semidistrutto, le cose nascoste mai ritrovate.

Il tempo scorse lento, ma la guerra finì davvero.

Accanto a chi piangeva i morti o medicava i feriti, c’era chi ballava il booghi vooghi a ritmi accelerati. Si cercava di seppellire in fretta il passato ma si evitava di gettare uno sguardo sul futuro. C’erano pensieri solo per il presente. Si imparava a vivere alla giornata.

Questo fu anche per Camilla, che ogni tanto si sentiva stranamente allegra. Incominciò a curare di nuovo tutte le sue cose con premura. E così il suo giardino tornò ad essere quello di un tempo. Gli stessi vialetti. Le stesse erbe. Gli stessi odori. E il tavolo di pietra bianca. E il gazebo. Il gazebo dove era stato in qualche modo disegnato il suo breve destino di sposa, anch’esso era stato accuratamente riedificato.

Poi ancora il dolore.

Le tragedie di famiglia già consumate e di cui seppe ora.

Di cui solo ora poté soffrire.

Si trattava di suo cugino Francesco, capitano pilota, ucciso a fucilate dai tedeschi durante un’imboscata, mentre tentava di varcare la linea del fronte di Cassino dov’erano gli Alleati.

E l’altra, della fine di Clara, finita sotto i bombardamenti vicino alla Viscosa, mentre correva disperatamente dalla strada verso un rifugio sotto il fischio delle sirene del coprifuoco.

Un lampo improvviso. La figlia di Clara.

La bambina che aveva avuto da un soldato americano, un ragazzone alto e grosso che mai seppe e che, alla fine di tutto, tornò a riprendersi, nel Texas, la sua giovinezza spensierata.

La voglia assopita di sentirsi madre. Le voragini di solitudine che volevano calmarsi. L’arrivo della piccola in casa. Ancora i giochi in giardino.

I sentimenti che nascevano e si formavano, discreti e solidi, destinati a diventare, per le due donne, frammenti di sicurezze ritrovate.

La maturità dell’una e l’adolescenza dell’altra convivevano sotto gli stessi noti scenari, in armonia tra loro e con le cose che amavano.

Il giardino tornava a vivere nelle spensieratezze dell’adolescente e dei suoi amici, nei gesti amorevoli di Camilla.

L’affetto discreto e immutato della donna per lei. Il rispetto per le scelte che portarono Clara lontano da sua madre e da quelle scene consuete, quando, con una borsa di studio, raggiunse gli Stati Uniti per quello che doveva essere uno stage e che divenne la sua residenza con un compagno.

Sto bene, le scriveva, abbiamo una bella casa al trentasettesimo di un elegante edificio nei pressi del Central Park, una meraviglia……No, per ora niente bambini, Greg ed io lavoriamo a ritmi intensi… Un giorno verrò a prenderti, vorrei che tu vedessi…

Gli anni passarono e Camilla si ritrovò anziana con delle strane sensazioni dentro.

Nelle sue passeggiate quotidiane lungo i vialetti ghiaiosi ricordava con consapevole lucidità gli anni della sua giovinezza e quelli difficili della sua maturità turbati dai fatti della guerra. Del rimanente scorrere della sua vita aveva l’immagine di un fluire sereno quasi inconsapevole. E fu con questo duplice sentire, tranquillo e malinconico insieme, che Camilla se ne andò senza disturbare nessuno, con la stessa signorile discrezione che aveva caratterizzato il suo vivere.

Il giardino della casa mostrò per diverso tempo i segni dell’abbandono nel rigoglioso crescere delle erbacce che andavano a soffocare le vecchie piante. Al di sopra di tutto, vicina al cancello d’ingresso, la bouganville continuava a fiorire sulle vecchie mura nelle delicate tonalità dei colori e degli odori.

Finalmente, in un assolato giorno d’estate, le finestre riapparvero aperte.

Si sentivano voci all’interno della casa miste a indefinibili rumori come di spostamento di oggetti pesanti. Dagli operai con tuta azzurra con sopra delle scritte uscirono da un furgone posteggiato a fianco del giardino dietro la casa e caricarono mobili, quadri, tappeti.

Un piccolo ben visibile cartello verde con la scritta vendesi posto in bella mostra sul portone centrale e sotto la bouganville fu l’unica modifica esterna che quell’improvviso trafficare aveva portato.

La voce corse per tutto il paese.

Un tripudio di chiacchiere si alzava nei cortili e nei bar per tentare di indovinare chi sarebbe stato l’acquirente.

Le richieste, si diceva, erano poche in realtà e poco competitive tra loro. Il consiglio comunale, che da anni prometteva una casa di riposo agli anziani, si tirò indietro di fronte alla somma di denaro avanzata dall’addetto di un’agenzia immobiliare che di tanto in tanto si faceva vedere. E così il vecchio farmacista, un tempo frequentatore della casa e buon amico di Camilla e di Alfonso, non riuscì, con tutti i suoi sforzi, ad averla.

Il miglior offerente, come da previsione, risultò l’agiato XY, noto faccendiere giunto in poco tempo alla ricchezza che non aveva ancora una dimora simbolo da esibire.

Nessun dubbio lo sfiorò. Progettò, deciso, dopo aver consultato un ingegnere in carriera che era anche il suo consigliere occasionale, le modifiche necessarie perché l’abitazione assumesse le caratteristiche proprie del suo raggiunto livello economico e del suo gusto.

Di qua il salone…laggiù la cucina, grande e comoda…di là la sala hobbies…di sopra…ordinava convinto, non avrete da pentirvi se lavorerete bene per me…questo palazzo vi darà immagine!

Oggi, un’enorme casa dai colori stonati, opportunamente ampliata sul retro fino ad occupare tutto il sito, prende il posto della prima.

Del giardino nulla.

Non ci sono storie vere da vivere e da raccontare. Le assi e le lamiere che formavano la snella impalcatura del gazebo sono rimaste per lungo tempo abbandonate in un angolo prima di essere portate alla discarica.

Il fantasma dell’antica bella casa s’affaccia ogni tanto alla memoria degli anziani del paese e vive ancora in una delle vecchie cartoline in bianco e nero che un solerte tabaccaio continua a far stampare e che nessuno compra più.