IL CASTELLO DEL RITORNO

 

di Giuseppe D’Emilio (Pelagio D’Afro/4)

 

 Ma fu dopo la curva che lo vide.

Non si aspettava che il castello apparisse dalla strada così presto. Evidentemente ricordava male. Il tempo e le distanze, si sa, sono fattori variabili con l’età; quando si è piccoli, tutto è più, rispetto alla realtà: più grande, più bello, più lontano…

Nel castello ci andava a giocare, da piccolo: Indiani, Zorro, cose così. Alle principesse e ai cavalieri non ci pensava, allora. Fatto sta che quelle antiche mura, le torri diroccate e il prato tutto intorno, sebbene scosceso verso il paese sottostante, furono per anni il teatro della sua fantasia. E per tutta la vita, per tutti quegli anni passati altrove, ogni castello che avesse incontrato in fiabe e romanzi sarebbe stato quel castello. Il castello di Popoli: ’u castioj’, nel locale dialetto abruzzese.

L’antica fortezza era un po’ diversa da come la ricordava o, forse, da come la memoria l’aveva resa favolosa nel corso di sessantatré anni di lontananza. Chissà, magari l’avevano restaurata. O magari, di nuovo, da piccoli si vedono le cose con altri occhi, e la memoria adulta è sempre sconfitta dallo sguardo meravigliato dell’infanzia.

Tuttavia, sulla torre più alta vedeva ora sventolare bandiere multicolori, e poteva giurarlo che una volta non c’erano. O s’ingannava?

 

L’Australia è una terra lontana, specie per un bambino che deve seguire un padre in cerca di lavoro. E pure i ricordi, in proporzione al chilometraggio terreno, possono essere distanti, sbiaditi. Ingannevoli.

Del resto, era stato via per più di mezzo secolo, dall’altra parte del mondo.

 

Parcheggiata l’auto a noleggio, si rese conto che il suo paese natale era davvero cambiato, ma era sicuro che il centro storico non poteva essere mutato di molto. E fu così che si ritrovò presto a passeggiare per la parte alta del paese, quella antica, quella costruita da anime sulla difensiva.

I pochi giovani che ancora vi abitavano lo guardavano con indifferenza, quasi che fosse normale che uno straniero, perché tale ormai era, percorresse a piedi con passo lento quelle antiche vie quasi deserte. La maggior parte degli abitanti doveva evidentemente essersi trasferita nella parte bassa, più accessibile, più comoda, più moderna, proiettata verso i grandi centri commerciali della costa adriatica. Ma fu negli occhi di anziani seduti, proprio come una volta, sull’uscio di casa, che ritrovò l’antica soggezione verso il cittadino, verso il forestiero, e le domande senza risposte della gente senza patente: chissà perché è venuto proprio da noi, che cosa abbiamo da offrire noi, qui, nel cuore del macigno dell’Abruzzo?

 

Rondini. Tante. Come allora, come sempre.

Le rondini le aveva viste anche altrove, prima e dopo la partenza. Poi, in Australia, la fauna era stata ben diversa da quella conosciuta, aveva dovuto abituarsi. Ma anche in altri luoghi il volo e lo stridio delle rondini gli richiamavano l’infanzia. Le bestiole facevano il nido sotto i tetti, nelle fessure delle finestre, dove capitava. Riempivano le sere d’estate con le loro grida, disperate e giocose a un tempo. Talvolta entravano in casa, mancando l’ingresso del nido. Ma mai nessuno faceva loro del male. Se ne andavano d’inverno e tornavano in primavera. Si diceva che ognuna tornasse al proprio nido, riconoscendolo di anno in anno. Chissà se era vero.

Anche lui era tornato. Dopo tutto quel tempo. Come le rondini, si disse con facile similitudine.

 

E, come sempre, il suono di cento fontane, vanto di Popoli, paese ricchissimo di acque. Inevitabile bere e recitare mentalmente, sorridendo del proprio sentimentalismo, i versi abruzzesi di D’Annunzio: che sapor d’acqua natia rimanga ai cuori esuli a conforto.

Ogni pietra, ogni vicolo, ogni androne si rivelavano, folgoranti, come lo scenario dei sogni  e dei desideri di una vita. Ricordi nitidi, stavolta, non inquinati dal tempo.

Lì, tremante, aveva dato la mano alla figlia di emigranti in Belgio tornati d’estate al paese –

Popoli. Abruzzo
Popoli, Scorcio.

millantando invidiabili benesseri – e di nascosto l’aveva baciata su una guancia. Dietro quel portone marrone scuro dovevano esserci ancora i fantasmi (lo dicevano i vecchi che c’erano, e tutti credevano ai vecchi). Su quel marciapiede, nell’angolo, il venditore ambulante di latte, la sera, appoggiava il suo bidone di latta per poi mettersi a chiamare le donne. In quella casa, ora tutta scrostata e evidentemente abbandonata, aveva visto per la prima volta una donna morta, con il Rosario tra le mani giunte a forza.

Sulla discesa che portava in piazza un giorno era caduto: correva per rientrare a casa, era tardi e aveva paura dei pur blandi rimproveri paterni; così era inciampato sui propri piedi, sbucciandosi un ginocchio che ancora ne portava i segni lievi, dopo più di mezzo secolo. E proprio appena prima della piazza, un giorno, aveva accarezzato il cane che non si poteva toccare; non era di nessuno, ma era di tutti; le donne gli davano da mangiare, ma sgridavano i bambini che volevano giocare con lui, perché dicevano che aveva la rogna e le pulci.

In quella casa rosa abitava la ragazza che si era suicidata gettandosi nel fiume per amore.

Laggiù, barcollante, passava tutte le sere, cantando, l’ubriacone. Lassù, misteriosa, bellissima e inavvicinabile, viveva la puttana.

 

Un po’ ansimante, prese la salita che portava al castello, rendendosi conto di averla imboccata automaticamente, con sicurezza, come faceva da bambino, come se sessantatré anni non fossero mai passati.

Un’altra fontanella, l’ennesima. Inevitabile bere ancora. E sorridere.

 

Attraversato il bosco, giunse infine al castello e si stese sotto un altissimo abete, gustandosi l’odore di resina e il silenzio amplificato dal vento leggero della fresca valle sottostante. Chiuse gli occhi con una strana pace nell’animo.

Il vento.

Il vento…

Sospiro di dea.

Gli piacque immaginare che la dea della valle, semmai ce ne fosse stata una, ma sperava di sì, gli manifestasse la sua presenza con una carezza bisbigliata, con un alito di resina boschiva.

D’un tratto, come se si trovasse sotto il Ficus Religiosa del Buddha, comprese chiaramente che quell’ansia sottile e penetrante che l’aveva sempre accompagnato nella sua vita di emigrante non era dovuta alle preoccupazioni, al lavoro, agli impegni.

La realtà era che non era mai stato a casa. Non era mai restato, non era mai tornato. Aveva vissuto nel mondo, nell’altra faccia del mondo. Ma il mondo non era mai stato casa.

Forse, si chiese, se fosse vissuto lì, al paese, avrebbe potuto imparare i nomi delle nuvole, degli alberi e delle stelle (una ad una!), e a riconoscere i canti degli uccelli e le stirpi degli insetti. Li sentiva molto più vicini, molto più suoi, che non la flora e la fauna, pur meravigliose, di un altro emisfero.

Una ghiandaia, mostrando orgogliosa la sua penna azzurra, gli passò accanto, quasi a confermargli le sue riflessioni. Era una ghiandaia, sì, ne era certo. Questo lo ricordava: era stato suo nonno ad insegnargli a riconoscere gli uccelli. Aveva fatto in tempo a imparare almeno questo, prima di partire. Ma non a riconoscerne il canto.

Se solo fosse rimasto…

Aprì gli occhi ancora per un istante, rimase abbagliato dalla luce che pure volgeva al crepuscolo. Il cielo, da azzurro che era stato nel pomeriggio, stava virando lentamente al rosa. Un po’ più in là il profilo scuro dell’Appennino. Contrasto.

Forse doveva decidersi a tornare indietro, prima del buio.

Popoli, Abruzzo
Primavera a Popoli.

Ancora un po’, si disse. Non è ancora tardi.

 

Giuseppe D’Emilio, abruzzese d’origine, vive e lavora nelle Marche; è membro del laboratorio creativo Carboneria Letteraria (http:// www.carbonerialetteraria.com) ed è uno dei quattro componenti dello scrittore collettivo Pelagio D’Afrohttp://(http://www.pelagiodafro.com) . Questo è uno dei suoi pochi lavori da solista.