Jolanda

di Lucio Raineri

L’elicottero della Polizia sembra rasentare la cupola maiolicata della

chiesa. Il suono assordante del motore e il fruscio delle pale

chiamano lo sguardo.

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Entrasti una mattina in ambulatorio. Il tuo sorriso di bambina. Il

caschetto d’oro dei tuoi capelli. La mia mano lungo i muscoli del

collo, resi tortuosi da piccole ghiandole.

Le mura della chiesa sono solo corone di fiori. Ne percepisco il

profumo all’uscita dal mio portone.

Mi sorridi e sembri avvertire che ho incontrato un’ombra nera in

te. “Cosa è quella faccia scura?”, mi dici, quasi rimproverandomi .

Il mio silenzio. Ti prescrivo una visita specialistica.

La piazza trabocca di gente muta. Guardano e attendono.

Entrasti quasi correndo in studio, come una bambina ai giardini.

Una cosaccia dottore, ma mi dicono che guarirò”. Il sorriso c’era

ancora.

Il mio silenzio si scontrava con il tono gioioso della tua voce.

I falchi sono fermi in gruppo vicino a Vico S. Severo. I motori delle

moto sono accesi. Parlano fra loro e sorridono. L’elicottero non

vuole andarsene e sembra posarsi sulle antenne.

Mi telefoni per un certificato: “Una settimana, non più, devo

rientrare al lavoro. Sto facendo la chemio”. La tua voce è quella di

sempre, una ragazza piena di vita. Hai fretta di correre al lavoro.

Le auto della polizia hanno i lampeggiatori accesi. Volti scuri che

non conosco. Giubbotti di pelle. Occhiali neri. Gente non di qui.

Entrasti una mattina in ambulatorio. Doveva essere primavera. Eri

raggiante in viso, sorridevi rassicurante a tutti ed a me. Sotto un

foulard rosa l’assenza dei tuoi capelli. “Rientro al lavoro!” Un grido

di vittoria.

Dei carabinieri mangiano cornetti e bevono caffè al Bar S. Vincenzo.

Li vedo ridere e discutere tra loro. L’elicottero è salito in ìn

perpendicolare su, in alto, e sembra un falco che osserva.

Mi telefoni mentre visitavo: “ Aspetto un bimbo!” Sei felice, lo

sento. Una felicità pura, incorrotta dalla vita. Ti ricordo che sei

uscita da poco dalla chemio. “Vado avanti, dottore, lo voglio!”

…  Sembri urlarmi, ma urli alla vita.

Due pantere dei carabinieri si fanno strada nella Piazza. Dietro un

pulmino della polizia penitenziaria. Ancora macchine della polizia

che circondano la piazza…Un corteo che genera paura.

È nata”, mi urli nel telefono una mattina. “È nata mia figlia, è

sana”. Il miracolo è sceso per te in terra. Esiste Qualcuno.

La folla si fa attorno al cellulare della polizia penitenziaria. Non

scorgo tuo padre. È inglobato in un gruppo di gente che lo porta in

chiesa. Un urlo di donna, attraversa il silenzio della piazza.

Mi telefoni che stai bene. Vivi la vita di madre. Ti sento felice come

non mai. Mi dai piacere solo a sentirti..

L’elicottero scende in picchiata sulla piazza…Fiori si strappano dalle

corone, nei turbini del vento. Tuo padre è entrato in chiesa.

Ho un nodulo al polmone”. E’ una voce adulta, seria nella

cornetta del telefono. Il mio silenzio si intreccia col tuo.

La piazza è nera di corpi. Gente alle finestre e sui balconi. E’

tornato il silenzio. L’elicottero lo si sente lontano su Capodimonte.

Tuo padre è dentro e ti attende.

Iolanda è stata operata, vuole che lei la vada a trovare. Non sta

bene. Ha bisogno di lei”.

Tua madre davanti alla scrivania, ha occhi lucidi, nerissimi.

L’auto scura fa apparire più bianca la tua bara, cosparsa di fiori.

Entrando in camera tua, non ti riconosco. Non voglio riconoscerti.

La malattia ti ha rubato la gioventù e la bellezza. Hai una piaga sul

costato, lasciata dall’intervento. Mi ricordi la Passione. Hai sorriso

anche oggi. Ma quando mi avvicino a te per auscultarti il torace mi

sussurri: “Dottore, non ce la faccio più…”.

Ci incontriamo con gli sguardi, entrambi muti. La tua lotta sta

per terminare. La bambina di pochi mesi piange nella camera accanto.

È bellissima, la tua bellezza è scesa in lei.

Ci sorridiamo entrambi per l’ultima volta.

Vado via pensando a quella frase della scrittrice Margherite

Yourcenar, che un giorno urlai a Dio, nel silenzio di una chiesa

finlandese:

Lo scandalo del dolore dei giovani”.