Raccontare il silenzio…

“Il silenzio, spesso, è l’unico vero atto linguistico”. (cit.)

Il recinto del silenzio.

di Cesira

Un tonfo sordo accelerò, all’improvviso, i battiti del suo cuore già stanco … gote rosse, fischi nelle orecchie, accelerazione…. accelerazione..

Angelina, ormai Angy per tutti, famiglia compresa, accostò l’auto al margine della strada che la portava al Big Market di Boston.

latte, pane, uova, formaggio, maionese, salsa, detersivo…..

milk,bread, eggs, cheese, mayonnaise, sauce, detergent……

. quando la solita litania dei consumi si decise ad uscire dalla sua testa, Angelina riprese fiato.

Gettò le sporte sui sedili posteriori, ridusse il foglietto della lista della spesa in coriandoli che volteggiarono nell’abitacolo per ricadere sulla tela dei suoi jeans.

Finalmente, come da effetto dissolvenza, cancellò grattacieli e palazzi, strade e piazze, insegne, automobili, bus, rumori, odori densi di carburante e d’asfalto, clacson, sirene di fabbriche …

Cancellò.

Ritrovò, come si ritrova la strada di casa, il “suo” recinto.

Il recinto del silenzio.

Solo allora, le parole della nonna materna presero la forma dei pensieri e pretesero di farsi spazio nella sua anima.

Quando provi un turbamento, un’emozione che non vuoi lasciar andare, un momento magico che tu sola conosci, Angelina … apri il tuo recinto, quel piccolo spazio che ognuno può costruire e custodire in un luogo segreto, magari tra i polmoni che respirano con te e lo stomaco che nutre… magari, se vuoi, in fondo al cuore.

Non aprirlo spesso. Non lasciarlo troppo chiuso. I segreti, anche i più intimi, vogliono, ogni tanto, svelarsi. Togli il velo, liberane uno. Poi, riponilo ancora nel recinto….per un’altra volta…”.

Angelina, questa volta, indecisa tra una voce, un’immagine e un oggetto, scelse e tirò fuori un oggetto.

Luccicò tra i suoi pensieri e tra le mani un piccolo ciondolo in filigrana d’oro con un cuoricino al centro: la presentosa, il gioiello fatto a mano dai maestri orafi di Pescocostanzo e di Scanno.

Diventò voce, dialogo… e si raccontò così, la presentosa.

Prendila, Angelina, prendila! Portala con te in America. Prendila! Mia madre lo sa, me l’ha fatta prendere per te. Prendila, non lasciarla tra le mie mani..”

Non ora, tienila tu, me la darai al mio ritorno… perché io ritornerò… mio padre mi ha detto che ritornerò e così sarà. Diventeremo ricchi e ritorneremo tutti ”.

Angelina, al tuo ritorno la rivedremo insieme, ma intanto portala con te, ti porterà fortuna, oppure, ti farà ricordare… ti farà ricordare…!.

Angelina, timida quindicenne degli Anni Sessanta come gli Anni Sessanta erano riusciti a scorrere, contraddittori e strani, in un piccolo borgo di un Abruzzo interno che ignorava quasi i Beatles e cantava “Vola vola”, lasciò quel ciondolo tra le mani di uno studentello rosso d’amore.

Partì. Partì e non tornò.

L’America.

Il duro lavoro in fabbrica, il marito autotrenista benestante, due figli belli e bravi che avevano fatto l’università con merito e che avevano nomi e gusti americani, tre nipoti, una bella casa a Boston.

E lei, che indossava jeans e il sabato sera andava a ballare nei locali americani. E mangiava cake tutti i giorni.

Non mancava nulla.

Non mancava nulla?

Accarezzò il ciondolo e lo ripose nel recinto del silenzio.

Sparirono voci, sfocarono immagini.

Ingranò la prima. Riprese la strada. Il paesaggio metropolitano di grattaceli si riaccese con tutti i suoi rumori, i suoi odori, le sue nausee. Parcheggiò sulla piazzola enorme tra carrelli e lamiere multicolori.

latte, pane, uova, formaggio, maionese, salsa, detersivo…..

…milk, bread, eggs, cheese, mayonnaise, sauce, detergent, riprese la litania.

Passi, passi distratti da dare. Ancora. 

America. Ancora.

Boston
Boston, America