Tu sei il mio amore casto

di Cesira Sinibaldi

“Non recidere, forbice, quel volto…”.

Quando la vide, ferma sulla porta dello studio, le accennò di poggiare la piccola valigia sul tappeto, dopo averle rivolto un distratto salve, si accomodi.

Continuando a sfogliare il quotidiano che il ragazzo del giornalaio gli aveva appena portato come ogni mattina, le chiese qualcosa nel modo distaccato e formale che ormai gli apparteneva.

Ne ricavò che era di nazionalità russa, ucraina per la precisione, come le altre che l’avevano preceduta, aveva trentotto anni, un marito ingegnere che era partito da poco per il Canada in cerca di un lavoro, due figlie di sette e undici anni lasciate a sua madre e di cui le mostrava una foto.

Fu costretto a poggiare il suo giornale e a guardare due visetti rossicci sorridenti, due braccia di adolescente che cingevano due spalle magre di bambina, degli occhi chiari fissi verso l’obiettivo pronto a scattare. Girò e rigirò la foto dai bordi lisi tra le mani, la guardò ancora, la riconsegnò alla giovane donna accennando delle brevi parole forse di compiacimento da lei interpretate come incitamento a parlare ancora. La voce stizzita della signora reclamò la donna nell’altra stanza e lei accorse .

Ti avevo detto di andare a salutarlo soltanto, tuonò secca.

Non gli ho detto ancora il mio nome, tentò di dire l’altra giustificandosi.

Ne avrai tempo, se ti lascerà restare qui almeno per due settimane come ha fatto già con le altre. Vorrei ripeterti ancora di essere discreta con lui. Niente parole di troppo, niente domande inutili, nessun tipo di confidenza insomma. Avrai già intuito, se fai già da un po’ questo mestiere, a quale persona ti trovi di fronte. Lui è stato un professore, è un professore, anzi, è un letterato.

Un rapido cerimonioso saluto al suocero e la signora andò via.

Svetlana comprese e pensò di iniziare subito a sbrigare le faccende man mano che si presentavano in tutta la loro urgenza. Era chiaro che l’uomo stava solo da parecchio, la casa con tutto il suo disordine arretrato lo diceva.

Ma Luca volle prima d’ogni altra cosa, accompagnarla, e questo aveva voluto farlo sempre lui, per le stanze della casa. Le mostrò quella destinata a lei, infine s’avviarono verso il minuscolo giardino dove un’unica fitta edera caparbia si ostinava a ricoprire il muro in cemento grezzo che separava la casa dall’esterno.

Tra le aiuole di paglia, solo una pianta di rose bianche ben coltivata.

Passerò la giornata come al solito nello studio, oggi poi sono molto impegnato, perciò vorrei pregarti di non venire a cercarmi fino all’ora della colazione. Allora, solo se avrò un po’ di fame, verrò nella sala da pranzo per l’ora solita che ti avranno già detto.

A proposito del già detto. Non conosco il tuo nome.

Svetlana. Mi chiamo Svetlana.

Mentre impartiva alla donna queste semplici mansioni quotidiane, importanti per lui che era diventato quasi maniacale, fu distratto da non si sa quale dettaglio di lei. I colori chiari del suo viso magro da bambina. I capelli lunghi colore della stoppa come quelli delle bimbe della foto gualcita, raccolti in una esile coda. Lo strano accento cantilenante della voce afona poco intonata alla persona. Forse niente. Niente di tutto questo.

Non era mai stato un buon osservatore delle sue badanti e si stupì di trovarsi a rimuginare intorno a dettagli insignificanti.

Quando Luca apparve sulla soglia della cucina con un leggero anticipo rispetto all’orario di cui sapeva, Svetlana s’ingarbugliò in un discorso frantumato da mi scusi e da non sapevo per giustificare il ritardo e intanto andava e veniva dalla sala per ultimare l’apparecchio della tavola. Un leggero rossore apparso sugli zigomi alti l’accese di una strana luce che aveva riverberi negli occhi allungati e chiari.

Luca si stupì di averla osservata tanto. Le chiese di aggiungere piatti e stoviglie per lei e Svetlana pensò ad un esame ravvicinato che forse serviva per confermare o no la sua presenza in casa. La signora le aveva detto del resto che il professore era rapido nelle conferme. Come nelle smentite.

Aveva preparato un piatto semplice di verdure e carne grigliata, essendosi informata sulle preferenze dell’uomo che ora le sedeva di fronte con un’espressione indecifrabile negli occhi stanchi.

Parlami di te.

Svetlana, con loquacia bambinesca, disse ancora della sua famiglia, dei problemi della sua terra, di oggetti cari venduti, della sorte di altre persone che come lei giravano l’Europa per sopravvivere…in un improbabile italiano concitato nei ritmi e strampalato nelle concordanze. E intanto riprendeva ad andare e a venire dalla cucina ora con tovaglie e tovaglioli ora con piatti e vivande. Luca la raggiunse, finse di ascoltare quello che non le aveva chiesto.

S’insinuò tra le parole .

Parlami di te.

Per la prima volta da quando accudiva persone, Svetlana avvertì un interesse umano nei suoi confronti e, con una strana allegria stampata nella faccia, incominciò il suo racconto fatto invece di dolore e di noia.

Luca si commosse di fronte a quella creatura che provava godimento e sollievo solo perché ascoltata. Riconobbe in quel volto ilare, quasi ubriacato dalle parole del dolore, una dignità sublime che non aveva conosciuto ancora.

Un giorno, forse, se lo vorrai, ti racconterò di me.

Svetlana si scoprì ad attendere quel giorno e, quando arrivò, ascoltò un racconto fatto di dolore e di noia. Dure le pieghe intorno alla bocca dell’uomo. Dure quanto le parole del dolore.

Aveva amato lui, aveva amato tanto e aveva diviso la sua vita con lei.

Poi lei lo lasciò una sera d’inverno, mentre leggevano, coperti dallo stesso plaid, sul divanetto accanto al camino scoppiettante. Un ictus, è stato un ictus, diagnosticò il figlio medico. Non ci fu niente da fare.

Vedi, Svetlana, su quel camino c’è sempre una rosa bianca. E’ per lei. Lei amava le rose bianche. Sono in giardino e fioriscono tutto l’anno. Ne recido una ogni volta che appassisce l’altra. Non m’illudo che lei viva in quella rosa, ma mi fa bene vederla.

Col passare dei giorni Svetlana e Luca si erano dette molte cose così diverse e differenti tra loro, ma molto simili nei significati.

Luca si stupiva ogni volta di lei che lo sorprendeva con i suoi modi dolci e discreti.

Svetlana si stupiva ogni volta di lui che le mostrava gratitudine per quei modi.

Quando sua nuora e suo figlio venivano a visitarlo, lo trovavano in buone condizioni e se ne rallegravano. Finalmente un po’ di pace anche per loro. Si rivolgevano alla badante per le solite raccomandazioni e sparivano per un tempo vario di pausa che tendeva sempre più ad allungarsi.

Leggeva poesie quella mattina, Luca, con un godimento ritrovato, quando Svetlana bussò nello studio per offrirgli la solita tazzina di caffè nero con poco zucchero.

Ascolta.

La donna gli si sedette accanto, con la dolcezza di sempre.

Non recidere, forbice, quel volto,

solo nella memoria che si sfolla,

…………………………………….

La lesse tutta. Piangeva e tremava. Mai lo aveva visto così. Lo accarezzò teneramente con le sue piccole mani screpolate. Luca! Luca! si scoprì a dire chiamandolo per nome come mai aveva osato.

Luca prese quelle piccole mani. Le avvicinò alla bocca e le baciò dolcemente.

Prendimi con te. Mettimi nella trama della tua vita.

Tu sei il mio amore casto.

Arrivò in tutta fretta la signora quella mattina. Non entrò nel piccolo studio come era solita fare. In piedi, le dita che tamburellavano sulla tavola già apparecchiata per la colazione, fu perentoria.

Puoi dirgli quello che vuoi, a voi non mancano scuse….ti richiama tua madre, si è ammalata una delle figlie…è ritornato tuo marito. Pensa e inventati qualcosa, ma cerca di fare presto. Diglielo con discrezione. Non farlo soffrire, ammesso che lui soffra. Non è che non vai bene, sei stata brava e attenta, molto attenta, è che noi abbiamo bisogno di un’infermiera ora e l’abbiamo fortunatamente trovata. A, ecco, bada a trasferirti in un posto non vicinissimo, che non sia nello stesso quartiere, sai lui non esce, ma …

Non capiva , non capiva Svetlana. Non riusciva a capire.

Quell’ultima settimana che gli rimase accanto, ascoltò le sue poesie con tenerezza.

Lo curò con tutto l’amore che serbava ancora in un angolo del cuore non sapendo per chi.

Lui la ricambiò con poche parole ricolme d’affetto e con piccole premure che aveva dimenticato in un angolo del cuore non sapendo neanche lui per chi.

Arrivò il giorno. Si presentò sull’uscio del piccolo studio con l’aria spaesata del giorno dell’arrivo. La piccola valigia in mano.

Luca la guardò allucinato. Un lampo, un baluginìo. Capì.

Tu sei il mio amore casto, gli sussurrò con lieve bacio sulla guancia umida. Null’altro.

Lo trovò accasciato, col capo riverso all’indietro, sulla poltrona del piccolo studio, quella mattina, la nuova badante appena arrivata nella casa.

Il libro aperto sulla pagina.

Non recidere, forbice, quel volto,”

…………………………………..