Il tempo della legittima difesa dell’onore

Correvano i primi anni Cinquanta, in un piccolo paese  del sud dell’Italia.

In quello, come in tanti altri paesi, giravano quotidianamente venditori e compratori ambulanti di ogni genere, che avevano la taverna come albergo, nella quale, per poche decine di lire, avevano diritto a dormire su un sacco di paglia e di ricoverare le loro mercanzie.

Il piattaro, quasi sempre napoletano,  offriva piatti e bicchieri in cambio di capi in lana, anche vecchi purché non infeltriti.

Il capillaro era un uomo alto, sempre ben vestito e gentile, che comprava i capelli, che  conservavano quando si pettinavano.

In quegli anni non esisteva l’abitudine diffusa di frequentare  la parrucchiera, come oggi: molte donne non si tagliavano mai i capelli, vita natural durante.

Il capillaro comprava i capelli per poi rivenderli alle industrie di parrucche e in cambio dava qualche decina di lire alle donne.

Il “ferrovecchio” barattava con qualche piatto o bicchiere o comprava per poche lire rame e ferro vecchio, che ovviamente rivendeva a qualche fonderia.

Uno di questi ambulanti, che, se ricordo bene, trattava stoffe e  lane, si innamorò di una signora, madre di tre figli e moglie di un emigrato  in Germania, se non erro.

L’ambulante innamorato, che non era giovane e neanche alto, passava almeno una volta al giorno dalla signora, della quale  si era invaghito e che era una donna molto alta e piacente.

La signora, che abitava in un vicolo cieco, ordinò  perentoriamente  all’ambulante di non passare più per casa sua, che, data la sua posizione, non si poteva considerare una strada di passaggio.

L’innamorato non desisteva. La signora diede un appuntamento all’ambulante casanova.

L’appuntamento era fissato a metà di una stradina tanto stretta   da non permettere il passaggio contemporaneo di due persone,  fra due muri di due case quasi adiacenti, come la calletta più stretta di Venezia, nel sestiere Cannaregio.

L’ora dell’appuntamento  era fissato per le ore  ventuno e trenta di una sera, dopo il venti dicembre.

A quell’ora, in paese, circolava pochissima gente, perché, in dicembre, la temperatura era ed è molto bassa, tuttora.

Casanova, l’ambulante, che indossava il suo “cappotto- mantello” a ruota, era arrivato con qualche minuto di anticipo sul luogo dell’appuntamento.

La signora era uscita di casa indossando una gonna lunga fino a coprire le caviglie e uno scialle di lana marron molto elegante e ornato con dei grossi cordoni di lana dello stesso colore.

Poco prima dell’ora convenuta, i due sono a qualche decina di centimetri di distanza.

L’ambulante casanova pensando di avere conquistato la signora cerca di sfiorarla con le mani, la signora  apre lo scialle e in un attimo accoltella più volte il suo spasimante con un coltellaccio, che di regola si usa per uccidere il maiale e va a costituirsi alla caserma dei carabinieri.

Ovviamente, viene trattenuta in stato di arresto e viene tradotta in carcere, per ordine del magistrato.

Quella signora, l’ho vista guardare, a testa alta e fiera, tutto il paese, che curioso l’attendeva, nel il giorno in cui è tornata in quel paese, perché il suo avvocato difensore, il migliore penalista della provincia e non solo, aveva chiesto un sopralluogo nella stradina dove si era consumato l’omicidio.

Se la memoria non mi inganna credo di ricordare che la signora fu condannata a otto anni di reclusione, nel primo grado di giudizio.

L’avvocato sostenne che la signora stava portando il coltello ad un suo parente, che doveva uccidere il porco.

Giunta a metà percorso della “calletta” si era trovata davanti al suo spasimante, che la voleva bloccare, pronunciando frasi irripetibili.

Durante il processo la signora ha sempre sostenuto con forza che  lo aveva colpito al solo scopo di difendersi.

Questa vicenda mi è rimasta impressa, perché è il primo  omicidio di cui ho sentito parlare e del quale ho visto l’esecutrice materiale.

Fin da allora, nonostante la mia giovanissima età, ho vagamente intuito  che qualcosa non aveva funzionato come doveva e come dovrebbe, tuttora, nella nostra società.

 

Carmine Granato