La Donna e il Sacro: divinità femminili arcaiche nell’Abruzzo antico, di Francesca Bianchi

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com
FtNews ha intervistato l’antropologa Maria Concetta Nicolai, autrice della pubblicazione

Femina in fabula – Dee, Sacerdotesse, Maghe e Sacre prostitute nell’Abruzzo italico, uno studio che fa luce sull’Abruzzo antico e sulla millenaria storia femminile. Protagoniste sono Dee e Sacerdotesse d’Abruzzo, quali Cerere, Bona Dea, Feronia, Vacuna, Angizia, figure di cui la studiosa ci racconta sfere di competenza e curiosità. Si parla della prostituzione sacra, la forma più antica di sacerdozio femminile. Nel libro si susseguono notizie storiche e geografiche, anche aneddoti e curiosità sul folklore, sulle tradizioni e sulle feste popolari in Abruzzo, a cui la scrittrice ha dedicato studi rigorosi e approfonditi. La prof.ssa Nicolai ha affermato che le donne abruzzesi erano note nell’antichità per i loro poteri magici, sottolineando che non c’era nessuna differenza tra maga, guaritrice, sacerdotessa, in quanto si trattava di donne che condividevano antichi saperi e la capacità di mettersi in contatto con il mondo dei morti: erano sacerdotesse, maghe, indovine, guaritrici, esperte nell’arte dei veleni e delle erbe.
Nel corso della nostra ricca conversazione, l’antropologa ha fatto riferimento al culto della Dea, menzionando alcuni luoghi abruzzesi dove sopravvivono i retaggi di antichi culti femminili dedicati alla Grande Madre di un territorio straordinariamente ricco di montagne imponenti, sorgenti, corsi d’acqua, boschi sacri, grotte. Ha discusso anche degli archetipi mitici e simbolici delle erbe, dei fiori e delle piante officinali, spiegando che le sacerdotesse della Bona Dea erano incaricate della raccolta e della lavorazione delle erbe.

Ha toccato l’argomento relativo alla relazione tra il cibo e il Sacro nei rituali religiosi d’Abruzzo, discutendo dell’atteggiamento assunto dalla religione cristiana nei confronti dei culti, dei riti e delle tradizioni pagane.
Ha, infine, fornito qualche informazione sul convegno     organizzato dall’Ateneo
Tradizionale del Mediterraneo, che si è tenuto a Corfinio (AQ) nelle giornate del 2 e 3 luglio 2021.

L’antropologa ha asserito che non è un caso che come sede del convegno sia stata scelta proprio Corfinio, capitale della Lega Italica (91-88 a.C.) durante la guerra sociale, ricordata dalle fonti storico-letterarie per essere sede di numerosi collegi sacerdotali femminili. L’obiettivo principale di questa due giorni di studi, infatti, è stato quello di promuovere nell’universo femminile la consapevolezza dei ruoli culturali e sociali che le donne hanno svolto nelle comunità di appartenenza, nella ferma convinzione che la donna sia la prima depositaria dei misteri del Sacro.

Lo scorso anno ha pubblicato il libro Femina in fabula – Dee, Sacerdotesse, Maghe e Sacre
prostitute nell’Abruzzo italico, un saggio che fa luce sull’Abruzzo antico e sulla millenaria storia femminile. Quando e come è nata l’idea di cimentarsi in una ricerca sull’antica spiritualità femminile in quella che è considerata la regione più verde d’Europa? A quali fonti ha attinto?

Più che un libro erano appunti stampati in proprio da servire come testo per un seminario del gruppo di studio e ricerca “Ninnia Primilla”, che si occupa della condizione femminile nel mondo antico.

Il corso iniziava prendendo in esame il territorio medio-adriatico, ovvero quello che
attualmente costituisce l’Abruzzo. Di quel lavoro, infatti, è in corso di stampa l’edizione definitiva dal titolo “Bona Dea e le altre. Divinità femminili arcaiche nell’Abruzzo Antico”.
Ma per rispondere alla domanda, preciso che l’idea di cimentarmi nella ricerca della spiritualità femminile nasce dalla convinzione che la donna sia la prima depositaria dei misteri del Sacro. La prima immagine della divinità è femminile e materna, una Gran Madre signora della vita e della morte.

Ed è ovvio che la donna ne sia stata la sua prima sacerdotessa.
Le fonti archeologiche e letterarie sono sterminate, come anche la saggistica relativa.

Ne cito solo alcune come esempio: le pitture minoiche, i pinakes di Locri, il cosiddetto Trono Ludovisi, le iscrizioni dei santuari di Afrodite a Cipro e a Erice, Cicerone, Apuleio, Plutarco per le fonti letterarie antiche, Bachofen, Graves, Neumann, Gimbutas per la saggistica moderna.

Per l’Abruzzo mi sono riferita ai materiali esposti nel nostri Musei Archeologici, ma anche agli studi di archeologi come Bencivenga, Tuteri, Strazzulla, Staffa, o epigrafisti come Buonocore, e l’elenco potrebbe continuare per molto. Le mie competenze, infatti, riguardano l’antropologia del mondo antico, disciplina che prende le mosse dai materiali offerti dall’Archeologia e dalle fonti letterarie classiche.

Nel libro si parla di Dee e Sacerdotesse d’Abruzzo: Cerere, Bona Dea, Feronia, Vacuna, Angizia.
Ci racconti qualcosa in merito a queste figure. A quali attività sovrintendevano? Oggi dove
sopravvivono i retaggi di quegli antichi culti?
Queste divinità sono quasi sempre la personificazione di archetipi o di sentimenti. Herentas, per esempio, semanticamente vuol dire Desiderio. È il desiderio per la vita, compreso quello per  l’amore e per il sesso.

Bona Dea è la rappresentazione delle varie età della donna, da fanciulla impubere a rispettata anziana del clan familiare (alma anus). È il modello della donna italica e
latina (domifera, lanifera e univira) ed è collegata al tabù del vino.

Una faccenda piuttosto complessa che esamino nel primo capitolo del libro in corso di stampa. Cerere, da noi Keres nelle sue varie forme linguistiche, è la divinità delle messi in particolare, ma anche della rinascita annuale della vegetazione.

In questo caso è collegata al mondo ctonio, a Proserpina, a Damia, e a Mars
(Marte), che prima di essere il dio della guerra è quello che protegge i campi coltivati (arva).
Feronia è Mater Dei e delle nascite. A lei ricorrevano gli schiavi, considerati istrumentum vocale, per “rinascere” alla condizione umana. Vacuna è una divinità protostorica preposta ai giuramenti alla fedeltà e ai segreti. Per questo le si addice il silenzio. Vive ai margini di un non luogo, come le sponde di un lago, o addirittura fluttuante sull’acqua, come a Cotilia. Anche Angitia, come la definì Adele Campanelli in uno studio di qualche anno fa, è signora del lago, ma è soprattutto una divinità collegata al rischio del passaggi stretti (angs, angor, angoscia, angustia).

Infatti accompagna il sole, di cui è figlia, nel suo viaggio verso il passaggio stretto dell’Occidente, delle Colonne d’Ercole, del tramonto della luce. Dall’Occidente in un viaggio notturno tornerà in Oriente, da dove rinascerà all’alba dopo un rito misterioso a cui hanno parte le sue sorelle Medea e Circe. Angitia in alcune raffigurazioni ha in mano un serpente perché, oltre ad essere una Signora degli animali (come
Circe), è anche una divinità salutare e ctonia.

Parla anche di Sacre prostitute. Chi erano? Cosa si intende con l’espressione “prostituzione
sacra”?
La jerodulia o prostituzione sacra è, secondo Beatrice Lietz, la forma più antica di
sacerdozio femminile. Si tratta di una pratica molto complessa che il termine prostituzione,
nel significato che ha assunto nelle lingue moderne, non riesce a tradurre e soprattutto a
trasmettere la percezione e il giudizio che ne aveva l’immaginario collettivo nel mondo
antico.
Cansano (AQ), area archeologica di Ocriticum, podio del tempio italico
Le Jerodule, sia quelle che prestavano servizio stabilmente presso un santuario, sia quelle che scioglievano un voto fatto alla divinità, esercitando la pratica per un tempo determinato, sempre in ambito sacrale, erano una cosa ben diversa dalle cauponae e prostitute pubbliche che si offrivano in cambio di denaro per le strade o nelle taverne. Una traccia della prostituzione sacra in Abruzzo è la cosiddetta festa delle Verginelle di Rapino. Ma essa era esercitata, secondo Adriano La Regina, anche nei templi italici di Castel di Ieri, di Ocriticum (Campo di Giove), di Loreto Aprutino, a Teate (Chieti), Kasauria (Torre dei Passeri), ad Agellum, nelle vicinanze dell’odierna Tufillo, e l’elenco non
è completo.
Le maghe, invece, chi erano? Le donne abruzzesi erano note nell’antichità per i loro poteri
magici: erano sacerdotesse, maghe, indovine, guaritrici, esperte nell’arte dei veleni e delle erbe.
Cosa caratterizzava la pratica e il sapere di cui erano detentrici? Le fonti antiche ci forniscon qualche informazione in merito?
Nel mondo antico, e quindi anche in quello italico, non
c’era nessuna differenza tra maga, guaritrice, sacerdotessa.

Si trattava di donne che condividevano antichi saperi e la
capacità di mettersi in contatto con il mondo dei morti, da
cui traevano i propri poteri. Tra le più rinomate c’erano le
Peligne e le Marse, specializzate in incantesimi d’amore e
in elisir magici.

Erano esperte nella preparazione di pozioni e unguenti per la cura di moltissime malattie. Nei santuari di Bona Dea c’era una vera e propria farmacia e
persino un pronto soccorso per la cura delle ferite, delle
fratture e delle malattie nervose, come l’isteria e
l’epilessia.

Delle Pelignae anus ci parlano Orazio, Ovidio,
Silio Italico, Plutarco e molti altri. Insomma, la
documentazione letteraria ed archeologica non manca.
Dal santuario di Ocriticum (Cansano),
terracotta a stampo con lavorazione a stecca, II-I sec. a.C.

Come erano organizzate le società che popolavano l’antico Abruzzo? Che tipo di economia
avevano?
I popoli italici era organizzati in tribù (touto), ognuna delle quali aveva una divinità di riferimento e un animale totemico. Per quanto riguarda quelle dell’Abruzzo antico, le tribù più estese e potenti erano gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Vestini, i Marrucini, i Frentani, i Carricini, in parte i Pentri per quanto riguarda Aufina, l’odierna Castel di Sangro. Appartenevano tutte al ceppo safino in cui rientravano anche i Sanniti, a loro volta suddivisi in Pentri, Irpini etc.

Ogni touto era organizzato amministrativamente in pagus, oggi diremmo una provincia retta da un meddix (un governatore coadiuvato da un’assemblea composta da aristocratici e popolari) ed ogni pagus era formato da vici (paesi) e da villae (agglomerati rurali). L’economia era soprattutto agraria, ma una fonte notevole di
ricchezza era il mercenariato.

Queste tribù addestravano i giovani all’arte militare, competenza che
mettevano al servizio delle popolazioni che ne facevano richiesta.

Truppe safine arrivarono a combattere fino in Sicilia e spesso furono soci di Roma in varie campagne militari.

Celebre e anche  temuta era la loro Legio Linteata (legione vestita di lino), un corpo scelto di cavalieri e fanti che, dopo aver prestato un giuramento iniziatico, riceveva una preparazione di eccellenza e vestiva un’uniforme scintillante che li rendeva simili a dei.

Cos’era, secondo lei, il culto della Dea? Che ruolo ricopriva la donna quando vigeva il culto
della Dea?
Secondo Erich Neumann la Grande Madre è l’archetipo femminile che domina la cultura umana e ne orienta la visione del sacro dalla preistoria alle attuali discipline dell’inconscio. Un’idea di che cosa abbia costituito la donna nelle culture preistoriche o agli albori della civiltà mediterranea può essere tratta dalle rappresentazioni iconiche della Signora degli animali nella religione cretese-minoica.

La donna è quella che libera l’eroe dal labirinto, ma è anche quella che si unisce con il toro
solare. Un altro importante tassello in questo ambito sono le religioni del delta del Nilo e
l’evoluzione della Vacca celeste, che trasporta il sole nel suo viaggio notturno, in Iside, la Gran Madre mediterranea per eccellenza, i cui caratteri umani, peraltro, costituiscono un modello femminile.

Un aspetto molto interessante è quello relativo agli archetipi mitici e simbolici delle erbe, dei fiori e delle piante officinali.

Chi era incaricato della raccolta e della lavorazione delle erbe? Era diffusa in Abruzzo la tradizione delle Dominae Herbarum?
Come ho detto, le sacerdotesse della Bona Dea erano specializzate nella raccolta delle erbe e nella preparazione dei medicamenti. La tradizione è stata praticata a lungo nelle zone montane. Fino a qualche anno fa non c’era paese dell’interno che non avesse una sua cercatrice di erbe, cui la comunità si rivolgeva con fiducia, come la vecchia della montagna, immortalata da Gabriele
d’Annunzio, ne “La Figlia di Iorio”.

Quali erano i fiori sacri d’Abruzzo? Quali erano, invece, i più importanti boschi sacri?
Magici sono la verbena, la ruta, la menta selvatica. Molte piante hanno riconosciute qualità curative, altre sono considerate sacre, come la quercia, che nessuno oserebbe abbattere.

Il sambuco, per esempio, è la pianta usata per determinare i confini delle proprietà agrarie e il suo utilizzo vige daconsuetudine giuridica. In altre parole, fa fede più una pianta di sambuco che un paletto posto da un agrimensore per determinare il confine.

Sacro o per lo meno magico è anche il maggiociondolo (tutamaje) che fiorisce sulla Maiella. Secondo una diffusa leggenda, sarebbe stato piantato dalla dea Maja per adornare la tomba del figlio morto in giovane età.

Il bosco (nemus) con all’interno il lucus
(spiazzo dove penetra la luce)
più conosciuto è quello di
Angitia, presso Luco dei Marsi,

ma “luchi” erano
consacrati a Feronia (Loreto
Aprutino), a Bona Dea (Castel
di Ieri), a Cerere (Moscufo) ed
anche qui l’elenco potrebbe
continuare a lungo.

Il 2 e il 3 luglio 2021 Corfinio ha ospitato un importante convegno dal titolo Paradigmi del
femminile nei miti, nei riti e nelle liturgie iniziatiche del mondo antico. Al convegno, organizzato
dall’Ateneo Tradizionale del Mediterraneo, di cui lei è accademica, sono intervenuti prestigiosi relatori.

Con quali obiettivi è nato questo convegno? Quali temi verranno affrontati?
Il convegno si è proposto l’ambizioso obiettivo di promuovere nell’universo femminile la
consapevolezza dei ruoli culturali e sociali che le donne hanno svolto nelle comunità di
appartenenza. Quest’anno abbiamo fissato l’attenzione sui culti misterici e iniziatici che hanno la donna come protagonista.

Il campo è molto vasto e alla giornata di studio speriamo di poter far seguire incontri su temi specifici, a cominciare dall’Orfismo, per proseguire con i culti dionisiaci,
Isiaci, pitagorici e oracolari.

Corfinio, capitale della Lega Italica (91-88 a.C.) durante la guerra sociale, è ricordata dalle fonti storico-letterarie per essere sede di numerosi collegi sacerdotali femminili.

Cosa sappiamo diquesti collegi?

Le testimonianze archeologiche forniscono qualche dettaglio?
Corfinio possiede, conservati nel suo Museo e lapidario, o restituiti dal suo territorio ed esposti
altrove, la più alta concentrazione di documenti epigrafici che fanno esplicito riferimento a
sacerdozi femminili. Per questo si è scelto di svolgere le giornate di studio nel suo Parco

Archeologico, e precisamente nell’area sacra, dove risuonano ancora i passi e le voci delle tante
Saluta Scaifia “anaceta Cerri” (sacerdotesse di Cerere).

Quale ruolo hanno svolto le donne nell’ambito delle religioni misteriche del mondo antico?
Dalle epigrafi di cui si è detto appare chiaro il ruolo politico e in ogni caso di prestigio svolto dalle sacerdotesse, ricordate per la loro santità e per il modo in cui svolsero i riti per la salvezza dell’intero popolo.

Questo carattere pubblico del sacerdozio femminile emerge, per fare un
esempio, nella festa di dicembre che a Roma riuniva, nella casa del magistrato “cum imperio”, le matrone e le sacerdotesse di Bona Dea, che officiavano “pro salute populi romani”. Per restare in Abruzzo, alla Regena Iovia delle jerodule dell’Arce Tarincra di Rapino era affidato il compito di accrescere il tesoro dello stato con la pecunia fanatica. In altre parole, era preposta alle entrate dell’Erario.

Ha dedicato studi rigorosi e approfonditi al folklore, alle tradizioni e alle feste popolari in
Abruzzo. Nel 2015 ha dato alle stampe il saggio Pane dell’uomo, pane di Dio. Sacralità, identitàcollettiva e antropologia del cibo nell’Abruzzo antico e loro persistenza nelle tradizioni popolari religiose.

Quale ruolo riveste il cibo nelle feste popolari abruzzesi? Quale relazione c’era e c’è
ancora oggi tra il cibo e il Sacro nei rituali religiosi d’Abruzzo?
Tutte le culture hanno sempre considerato il cibo un dono sacro concesso dalla Terra (Tellus – Gea) considerata come dea madre che alimenta i suoi figli. Da qui le offerte primiziali e le libagioni che, secondo molti studiosi delle religioni, hanno preceduto i sacrifici cruenti con l’immolazione della vittima.

Allo stesso modo, mangiare con gli dei è stata sempre un’aspirazione dell’uomo, a
cominciare dall’ingannevole banchetto allestito per Zeus da Prometeo.

Questo principio sta alla base della spartizione delle carni sacrificali, antecedentemente cotte, tra i devoti che avevano assistito al rito.

L’etichetta che regolava la spartizione era un sistema universalmente accettato per
ridefinire lo status sociale di ogni singolo individuo. Dalla vittima offerta alla divinità e consumata dalla comunità offerente derivano i banchetti (lectisternia), a cui gli dei venivano ufficialmente invitati e presiedevano il rito, rappresentati al posto d’onore da una loro statua.

Ebbene in Abruzzo, oltre ai donativi cereali e non, che animano tante processioni, persiste il rito del banchetto votivo per la divinità tutelare del paese.

Parlo della panarda per Sant’Antonio abate (Villavallelonga),

per lo Spirito Santo (Luco dei Marsi),

per San Panfilo Vescovo (Scerni di Vasto),

e non si sottovaluti l’onnipresente porchetta, cibo immancabile delle feste, che altro non è che la porca caesa e la porca praecidanea, offerte a Cerere o alla Mater Magna, così come gli arrosticini sono quel che resta della pecora arrostita in onore di Ercole.

In fondo, agli dei bastava il fumo.