Padova è Patrimonio dell’Unesco

TRA STORIA PATRIA, ARTE SACRA ED AMARCORD:
L’Oratorio di San Michele in via Tiso da Camposampiero
L’edificio che ora vediamo in Via Tiso da Camposampiero è ciò che
resta di una chiesa del X sec. dedicata agli Arcangeli. La facciata
attuale dell’Oratorio, orientata a Nord e costruita dopo la
distruzione della Chiesa Madre, si presenta più alta del corpo
dell’edificio ed è segnata da due paraste marginali raccordate a
quattro archetti pensili per parte, confluenti in un piedritto
centrale ( come ci conferma Giuliana Trovabene per “Guida di
Architettura di Padova” ).
Ancora: ci spiega Daniela Bobisut che l’Oratorio è probabilmente di
origine bizantina, poi passato sotto la giurisdizione dei Benedettini
di Santa Giustina e diventato parrocchia nel 1070. La chiesa di cui
fa parte l’Oratorio ( così come a noi rimasto) passò poi ai Carraresi
e nel 1479 fu annesso alla congregazione di Santo Spirito di Venezia,
divenendo nel 1556 giuspatronato di Don D. Mistura e infine di alcune
famiglie veneziane. Dati oltremodo attendibili, perché certificati e
documentati, sono i seguenti due: nell’edificio in parola fu per certo
battezzato il Palladio, che risiedeva nella vicina Contrà della
Paglia; e nello stesso edificio furono altrettanto certamente sepolti
i Bonazza.
La chiesa fu gradualmente abbandonata a partire dal 1792, quando fu
istituita la parrocchia del Torresino, mentre l’edificio fu poi
distrutto, fatta salva la Cappella Bovi, cioè l’attuale Oratorio.
Infatti ciò che noi vediamo all’interno di questo è quel che resta
della Cappella-Oratorio eretta su commissione di Pietro de’ Bovis,
direttore della zecca carrarese che, allo stesso tempo, commissionò
pure i dipinti a Jacopo da Verona.
A quel tempo, ci racconta Gigi Vasoin (nel suo libro “La Signoria dei
Carraresi nella Padova del ‘300”) come i Carraresi stessi potessero
comunicare dalla Torlonga con la Chiesa di San Michele Arcangelo
attraverso un passaggio segreto sotterraneo, sembrando ciò tuttavia
molto opinabile ove si consideri l’esistenza tra i due edifici del
corso del naviglio interno.
E ancora: “….una vecchia chiesa dei Santi Arcangeli”..(ovviamente San
Michele! Così scriveva molto tempo fa ,1969,il caro Monsignor
Claudio Bellinati)…che non fa indovinare di quale
edificio sacro si tratti e quale “monumento storico-artistico” esso
rappresenti….
E poi le opinioni divergono sulla stessa datazione d’origine,
riferendola la Cesira Gasparotto al sec. VII, mentre Mons. Bellinati
va indietro di quasi cento anni.
Ciò che appare certo è comunque che Il primo e più antico “titulus”
della chiesa non è quello di San Michele ma dei Santi Arcangeli, la
questione dell’ubicazione sembrando, in ogni caso, molto più
importante. Orbene, la chiesa (o quel che a noi è rimasto di vedere)
era ed è davanti alla Torlonga e al Ponte di Legno, proprio nel luogo
dove c’era, dal 569 al 602, un presidio bizantino; insomma al preciso
punto d’incontro della via Santa Maria in Vanzo (che si univa alla
Annia Inferiore a Santa Croce) con il complesso fluviale costituito
dal Retrone e dal “flumexellum”.
Che i Bizantini, e non i Longobardi, abbiano fondato una chiesa
dedicata ai Santi Arcangeli, così vicina al loro presidio militare, è
facilmente deducibile anche dal fatto che a Ravenna si stava
diffondendo il culto ai sette Arcangeli se a Sant’Apollinare in
Classe possiamo ammirare due grandi arcangeli: Michele e Gabriele.
Curioso è poi il fatto che in un documento datato 20 giugno 828, per
noi leggibile in una copia del 1341, si fa cenno alla fondazione delle
proprietà del Monastero di Santa Giustina e San Prosdocimo da parte di
un … “romanorum”, a sua volta per noi facilmente identificabile con
Opilione. Infatti, tra le sue donazioni appare anche la Chiesa di
“Sancti Michaelis in honore dedicata”.
E’ da notare, a questo proposito, che il titolo originale di “Santi
Arcangeli” (a volte San Michele) risente del passaggio attraverso
l’epoca longobarda, durante la quale San Michele fu proclamato Patrono
d’Italia in occasione e in riferimento alla vittoria dei Longobardi
sui Bizantini a Siponto nel 663.
Termino con un consiglio: In tempi “liberi” utile e dilettevole mi
sembrerebbe una visita all’Oratorio per ammirare gli affreschi di
Jacopo da Verona (Verona, 1355 – dopo il 1443), meritando quest’ultimo
e i suoi affreschi in quest’Oratorio e in altri siti padovani uno
scritto a parte.
Mi limito a una semplice indicazione: nella bellissima
“Annunciazione”, che si può vedere nella parete di fronte alla porta
di entrata, risalta il tono semplice della narrazione, sottolineata
dall’ambientazione domestica, tanto che in questo affresco appare,
nientemeno che … la nostra “millenaria” gallina padovana col ciuffo !
Nell’ “Adorazione dei Magi” appaiono Francesco il Vecchio e il figlio
Novello da Carrara con uno stupendo cavallo imbizzarrito (forse il più
bel cavallo trecentesco!) e sopra, sulla destra, quello che
possibilmente fu il “traghetto” che collegava la Reggia carrarese con
la Torlonga.
Nella “Dormitio Mariae” colpisce la presenza di quattro personaggi,
che la fantasia popolare riconobbe come Boccaccio, Dante, Petrarca e
Pietro d’Abano. ma che quasi sicuramente sono i componenti della
famiglia De’ Bovis, tra cui Pietro, il committente; inoltre in alto a
sinistra si può ammirare la rappresentazione della Chiesa originale,
oggi, come più volte avvertito, perduta, dei Santi Arcangeli.
In stato di grazia… Anna Maria Rizzato