I taralli della Sanità

I taralli della Sanità

bozzetto di Lucio Paolo Raineri, medico del quartiere Sanità a Napoli, viaggiatore e scrittore, già noto ai nostri lettori di Penne Vagabonde.

il tarallo non replica…

“So’ asciuti?”- Chiedo a Esposito, ‘o re dei tarallari, alla Sanità, passando, di prima mattina. Il rione si è svegliato da qualche ora. Dai bassi escono, non più napoletani, ma cingalesi. Intere famiglie, vestite con cura, senza sciatteria. I lattanti accompagneranno, al lavoro, la madre o saranno lasciati al nido, i più grandi a scuola, con lo zainetto nuovo. Possono stare, tutti, su di un solo motorino, sino a quattro, in equilibrio precario, ovviamente senza casco. Tanto i vigili sono assenti, da anni. Le ragazze polacche e ucraine, hanno passo spedito. Le riconosci dal biondo opaco dei loro capelli, acconciati ad una moda degli anni ’60 e dai vestiti “oltre cortina”. Devono raggiungere il posto di lavoro, che a volte, implica lunghi percorsi. Alcune parlano al telefonino, per tutto il tragitto. Il cordone ombelicale, con la loro patria, gli è concesso da facilitazioni comunicative. La mimica del volto suggerisce parlate di casa, ma sono centinaia di chilometri a separarle. Il numero degli immigrati va aumentando di anno in anno. Quando sorpasserà il 50% della popolazione locale, il rione perderà una cultura millenaria, per sempre.

-“Provate chist”- La mano di Esposito ha sorpassato il banco. Mi offre, a pochi centimetri dal volto, uno spugnoso tarallo, che emana tepore di forno. Cogliendolo, ne provo, tra le dita, lo scivoloso untore della sugna, che trasborda dai pori. Il colore della superficie è d’oro scuro, molato dalla fiamma. Affiorano a tratti, come frammenti archeologici, smarriti nell’impasto, spuntoni di mandorle. Quella treccia sofferta, compie un breve giro, indeciso, sempre disuguale, a denunciare la presenza di una mano e non di una macchina, nella sua fattura. Il profumo, che mi coglie, sa di fornace, di fiamme ustorie. Le labbra lo baciano con desiderio. Lingua e denti l’abbracciano e lo imprigionano. La pressione del morso è minima: il frantumarsi in minute scaglie, pronte ad accogliere la saliva, che ha inondato, frattanto, la bocca, vinta dalla vicinanza del piacere. Che piacere, ora è! Con calma, a piccoli morsi, inframmezzando parole amiche e sguardi curiosi, su ciò che mi circonda, assaporo. Un consiglio a voi…non mangiatene, mai, subito, un secondo. Il tarallo non replica.