C’è pizza e pizza

(Reggio Calabria, partenza di migranti verso l’Australia)

In un giorno di giugno, Sant’Agata di Puglia, più di settemila abitanti, nei primi anni Cinquanta del secolo scorso,  era in fermento.

Gerardo, il banditore, aveva annunciato da ogni angolo del paese che in serata ci sarebbe stato il cinema in piazza, l’unica  del paese, intitolata XX settembre, per ricordare la breccia di Porta Pia.

La parola cinema, magica per adulti e per bambini, aveva attirato anche la mia attenzione e mi aveva indotto a capirne di più.

Presto seppi che non si trattava di un film, ma di un documentario, parola a me sconosciuta.

In piazza, cercai il mio maestro e gli chiesi cosa fosse un documentario.

Ebbi una risposta articolata, che terminava con l’invito a vederlo questo benedetto documentario, che sarebbe stato proiettato su un enorme schermo, già preparato in piazza dai solerti addetti dell’ambasciata australiana, in Italia.

Al centro della piazza fu montato un palco sul quale fu collocata una macchina da proiezione di film: un oggetto misterioso dal quale noi bambini non staccavamo mai lo sguardo.

Finalmente, pochi minuti prima dell’inizio della proiezione del documentario, apparve la “pizza” di pellicola e la situazione fu più chiara anche per noi “piccoli”.

Poco dopo l’imbrunire, iniziò la proiezione: con sottofondo di musiche molto ruffiane, una voce suadente invitava ad emigrare in Australia, dove i lavoratori avrebbero trovato un lavoro e una casa e la felicità. Diceva.

Alle famiglie, soprattutto se numerose, veniva promesso un lotto di foresta, in un angolo di paradiso.

La piazza era piena: un battaglione di bambini, seduti per terra, appena sotto lo schermo, tanti giovani, molti padri di famiglia, parecchie donne, alle quali – di regola – non era consentito transitare o fermarsi in piazza.

 

(XXI secolo – Scena di vita santagatese)

In quegli anni iniziava l’industrializzazione dell’agricoltura, le industrie di abbigliamento, di calzature e di mobili provocavano una disoccupazione preoccupante e l’emigrazione, ancora una volta, era la valvola di sfogo della pentola a pressione sociale, che rischiava di saltare in aria.

Erano anche gli anni dell’emigrazione verso il Belgio, dove gli italiani trovavano posto come minatori del carbone.

Tutti, o quasi, ricordiamo il tragico incidente di Marcinelle, nel quale, il 6 agosto 1956, poco dopo le 8 del mattino, 256 persone morirono, 13 furono i sopravvissuti. Molti dei minatori, morti a Marcinelle erano abruzzesi.

Le conseguenze della proiezione di quel documentario, le ho vissute da vicino per esperienza: un mio compagno di scuola, la nonna, la sorella, i genitori e sette fratelli partirono per l’Australia, in piena estate, forse, in agosto.

Ricordo plasticamente il giorno della partenza: su un camioncino salirono bagagli e persone. Tra i bagagli, ricordo un baule verde e un valigione, legato a corda doppia, che costituivano le riserve alimentari per il lungo viaggio, via mare, da Napoli a qualche città dell’Australia.

A Sant’Agata, a fianco alla Porta Nova, era affisso un enorme tabellone, che riportava i giorni e gli orari di partenza, via nave, da Napoli alle destinazioni più frequentate dai merdionali: Canada, Australia, Stati Uniti d’America.

Soffrii per la partenza del mio compagno di scuola. Vissi il primo distacco affettivo della mia vita, ma ero anche contento per lui, dal momento che credevo alle promesse del governo australiano e me lo immaginavo felice.

La famiglia del mio compagno di scuola fece fortuna in Australia.

Dieci anni dopo la prima partenza, il mio compagno di scuola tornò in paese e questa volta la “pizza” di pellicola la portò lui dall’Australia per proiettarla al bar  e per fare vedere al paese la grande fattoria di famiglia, con piscina e tanti animali, costruita là dove era un angolo di foresta. Fui veramente felice per lui.

Carmine Granato