IL FESTRENGO al telefono … al tempo del covid

di Mariagrazia Sinibaldi, romana del Campidoglio,  narratrice formidabile, già in Penne Vagabonde

Il FESTRENGO! il mitico Festrengo: quella strana cosa che è capace di riunirci, tutte, noi “cuggine” nella cucina di mia sorella Lauretta, davanti al tavolo pieno di tutti gli ingredienti adatti allo scopo: grande appuntamento una volta l’anno, prima di Natale per impasticciare, tutte insieme, il mitico Festrengo. Collante di questo appuntamento è una montagna di frutta secca: fichi, uvetta, mandorle, noci (“le nocchie (sic) no, le nocchie non sono chic”: sentenziava Mamma, chissà perché).Veramente, nella ricetta ci sarebbero anche i pinoli (anzi i pignoli), ma noi ne facciamo a meno. Credo che la ragione più attendibile di questa ennesima variante sia che, poiché all’epoca di mia Nonna (epoca cui risale l’origine del Festrengo) non si trovavano i pinoli già belli che sbucciati, (come adesso in bustine di plastica) la capacità di sbucciarli, schiacciandoli con un colpo secco tra due sassi, era roba da addetti ai lavori. “Si sentono poco” – sentenziavano le nostre madri, omettendo di dire che oltre tutto erano molto cari. I fichi, poi, devono essere di bassa qualità perché si squagliano meglio nel calore del forno. Ma non si trovano più, al giorno d’oggi; solo quelli bene asciutti, di ottima qualità, si trovano. Poi imparammo: imparammo a rendere i fichi un poco più docili, imparammo a metterli a bagno qualche ora prima. Trovammo questa indicazione su una di quelle rubriche di cucina che si incontrano su fb. Veramente nella rubrica dicevano di bagnarli con un po’ di brandy. Ma a noi “cuggine” non piaceva, perché le nostre madri non ce lo mettevano. Ma quello che era davvero importante erano le bucce d’arancia, in quantità industriale; fatte a striscioline finissime, emanavano un profumo inebriante, che mescolato al sentore di cannella erano in grado di riportarci indietro di anni e anni; di restituirci, quasi per miracolo i nostri giochi di bambine.

I gentili lettori avranno capito, da queste poche indicazioni da me fornite, che il festrengo è un dolce di pura fantasia.

Ecco, unica regola: assenza completa e assoluta di uova, latte, burro e grassi animale. Insomma una cosa vegana ante litteram. E questo perché era il dolce della vigilia di Natale e quello era il giorno in cui si faceva “vigilia stretta”: il che voleva dire non solo astenersi dalle carni e derivati, ma anche mangiare il meno possibile, saltando, magari, il pranzo (per poi fare una bella abbuffata col cenone). I bambini e i ‘vecchi’ erano esonerati da quest’ultimo diktat.

Quante usanze! Quante tradizioni! Quanti riti! Quanti ricordi! E quanti pensieri!

Del resto del festrengo ho già scritto abbondantemente.

La ragione per cui riprendo il discorso è che quest’anno, causa coronavirus, la grande riunione a Roma, non si è potuta fare.

Quindi non parlerò del festrengo ma mi dilungherò su tutta quella costernazione, se non addirittura disperazione, all’idea che per quest’anno bisognava fare a meno della grande riunione.

Già a metà novembre tutte eravamo in fibrillazione; e ogni telefonata terminava con un piagnucoloso: – “e che si fa col festrengo?” Ognuna di noi, nel suo piccolo, seguiva con attenzione maniacale il bollettino del coronavirus, con la speranza vana, ahimé, di trovare buone notizie.

Non fu una buona notizia, quella che si presentò a tutte noi, ma fu un’idea fulminante: l’idea che, visto che tutto il mondo si incamminava sulla strada maestra della digitalizzazione, di internet, e di altre diavolerie, potevamo benissimo tentare qualcosa di simile e infilarci anche noi sulla stessa strada. O no?

Certo che sarebbe stato ben difficile mettere insieme le diverse incapacità di cui ognuna di noi era dotata! Tanto più che nel gruppo c’era anche chi addirittura non aveva il computer! Insomma nella nostra più abissale ignoranza in merito, avremmo tentato di districarci in questo intricatissimo groviglio.

Persino i figli, intervenuti perché mossi da pietà, si trovarono ingarbugliati in una serie di difficoltà senza nome. Perché, in realtà quale nome dare agli ingarbugli messi sulla piazza dalle “cuggine”?

Loro, i figli, progettavano alla grande: una video-conferenza via internet nella quale ciascuna di noi avrebbe messo la faccia (nel senso stretto della parola) e ciascuna di noi, di volta in volta avrebbe messo le sue parole, le sue domande “bisogna mettere il sale? E’ ora di tagliare i fichi? Io taglio le bucce d’arancia con le forbici. Va bene? “… domande alle quali io avrei risposto e dato indicazioni e suggerimenti. E dico “io” perché IO avrei guidato il gruppo, visto che l’idea fulminante era venuta a me. E a questo ruolo così importante non avrei rinunciato per nulla al mondo.

Insomma, una cosuccia pulitina…

E invece no: le cose non sono andate proprio così. C’è stato un intreccio di telefonate, di “aspetta che chiedo a mio figlio”, di “come hai detto? Quale tasto devo spingere”, di “ohddiomio, mi si è spento tutto”.

Alla fine si è deciso di procedere con l’aiuto del telefonino.

E quel pomeriggio, collegate via telefono, con l’aiuto di un figlio (a ciascuno il suo) dietro le spalle che ci indicava cosa dovevamo fare e come e quando (il perché non era importante), abbiamo dato il via al mitico festrengo. Abbiamo impasticciato, abbiamo riso, ci siamo divertite, abbiamo annusato il profumo del nostro natale, ed infine ognuna a casa sua ha messo nel forno il suo festrengo e l’ha tirato fuori bruciacchiato: come di prammatica.