La prima giornata di un santagatese, a Parigi

(nella foto, Sant’Agata di Puglia (Foggia)

di Carmine Granato

 

Dopo la terza media, frequentata a Sant’Agata di Puglia, mi iscrivo, convinto, al Liceo Classico Lanza, di Foggia.

Ai migliori della classe la prof di francese regala l’indirizzo di una ragazza francese.

Vinco una borsa di studio e vado a studiare in Convitto Nazionale, prima a Matera, nel Liceo dove ha insegnato Giovanni Pascoli, poi a Bari, dove ho la fortuna di avere come docente di Storia dell’Arte Pina Belli D’Elia, che mi consiglia di iscrivermi all’Università di Padova, “che è un’ottima università”.

La compianta Pina Belli, che parlava in dialetto barese meglio di un indigeno, era una milanese trapiantata a Bari, per amore di Michele D’Elia, storico dell’Arte, conosciuto durante una gita di storici dell’Arte, in Francia.

La mia prof, una sosia perfetta di Mina, la cantante,  mi ha fatto innamorare della Storia dell’Arte, anche perché  mi chiamava come suo “assistente”, mentre allestiva la Pinacoteca Provinciale di Bari.

(nella foto, una sala della Pinacoteca di Bari)

Mi gratificava e mi incoraggiava. Ci stimavamo reciprocamente.

Per oltre quarant’anni, ci siamo sentiti al telefono, almeno due volte all’anno.

Ero molto onorato e felice di collaborare con la mia prof, anche perché prendevo contatto de visu con le opere d’arte di quella pinacoteca  e non solo in fotografia.

Inoltre, quelle  ore di “assistentato precoce” mi hanno dato la possibilità di capire cosa fosse la museografia.

Dopo avere azzardato il suggerimento di collocare un’opera pittorica su una parete, che si vedeva dal fondo della scalinata d’ingresso alla Pinacoteca Provinciale , Pina Belli D’Elia esclamò: “Non appena possibile, vada al Louvre, di Parigi, e osservi attentamente la collocazione della Nike di Samotracia”.

Finito il primo anno di università, verso la fine di giugno, in un treno speciale di studenti, in partenza da Venezia, sono diretto a Parigi, per andare a vedere la collocazione della Nike, nel vecchio Louvre, e per incontrare la mia ultra quinquennale corrispondente francese, Nelly, di cui mi aveva regalato l’indirizzo la prof di Francese, in IV ginnasio.

In tutto il treno, l’unico studente che non ha una prenotazione di un posto letto sono io: anche il posto in treno l’avevo trovato perché un siciliano aveva preferito Palermo a Parigi.

Non  so se per euforia o per incoscienza, l’unico a non essere preoccupato ero io, mentre tutti mi chiedevano: “come farai ? dove andrai a dormire?”.

Giunto alla Gare de Lyon, la mia attenzione fu attratta da due manifesti del formato 6×3, che in Italia erano sconosciuti.

Con uno si invitavano i giovani ad arruolarsi nella Legione Straniera, con l’altro manifesto si pubblicizzava una Scuola di Ortografia Francese. In quel momento capii perche Nelly, mi faceva correggere le sue lettere, che sarebbero dovute servire a farmi imparare il francese da lei.

Uscito dalla stazione ferroviaria, mentre gli altri studenti sciamavano alla ricerca di un mezzo, per raggiungere le Case dello Studente, dove avrebbero trovato l’alloggio prenotato, io giravo per Parigi, pieno di stupore, incredulo  ed estasiato dalla bellezza e dai grandi spazi di quella grande città.

In quel momento capii lo spirito della grandeur francese, anche se i francesi sono nostri allievi, in fatto di Arte.

Girando e chiedendo inutilmente una camera d’albergo, nel primo pomeriggio, giunsi in Rue de Vaugirard, la via più lunga di Parigi.

Dopo una mezz’ora, la mia attenzione fu catturata da un austero portone scuro, accanto al quale lessi su una targa, in lucido ottone, parola più, parola meno:  Seminario della Chiesa Protestante.

In portineria, spiegai che cercavo una camera.

“Ha prenotato, monsieur ?” rispose l’addetto al ricevimento.

“No”, risposi con voce resa flebile  dal caldo e dalla stanchezza.

“In piena stagione turistica, voi pretendete di trovare una camera libera a Parigi ?  Je suis désolé”.

Pensando alla Traviata, risposi deciso: ” A me basta un posto in soffitta”.

“Se vi va bene dormire in soffitta, posso accontentarvi” rispose l’addetto al ricevimento – ma dovete dividere la sistemazione con uno studente paraguaiano, che frequenta un corso di pittura, a Parigi.  Si pagano due franchi per ogni notte e si versano tre franchi di cauzione per la chiave del portone. Voi potete entrare e uscire quando volete”.

Senza fare trasparire troppo la mia felicità, versai la cauzione per la chiave e diedi dodici franchi di anticipo.

Fine corsa dell’ascensore, tre gradini ed ecco la porta della soffitta.

Aprii e mi trovai in un sottotetto, con eleganti e robuste travi a vista, pavimento in parquet  e due  materassi, forniti di lenzuola e cuscini.

Accanto ad un “letto” era collocato il bagaglio del paraguaiano.

L’altro letto, evidentemente, era per me.

Il bagno era finestrato, grande e accogliente.

Allo studente paraguaiano non ho mai parlato: quando rientravo in soffitta, con l’ultima corsa della metropolitana, dormiva; quando mi svegliavo io, la mattina, era già uscito.

Piccolo dettaglio: con mia somma gioia, presto scoprii di avere preso dimora a pochi passi dai Giardini di Lussemburgo, che vedevo dalle piccole finestre della mia “reggia”, nel cuore della Parigi di Georges Eugène Haussmann e delle Halles, la prima capitale straniera, che ho visitato, con sommo piacere.

Due franchi per notte, tre franchi di cauzione per la chiave…